“Così Moore scoprì il continente di plastica”: intervista esclusiva allo scrittore Nicolò Carmineo – Pt 1

La nostra intervista a Nicolò Carnimeo

8 aprile 2018 | di Riccardo Bottazzo
Nicolò Carnimeo
Nicolò Carnimeo

Dalle grandi vetrate della libreria che porta il nome di quell’indimenticabile disegnatore di sogni che è stato Hugo Pratt, c’è una vista talmente bella su San Marco e sulla laguna che non riesci neanche ad immaginare come possa esistere gente capace di vederla solo come un bancomat per cavarne profitti. Ed è proprio qui, nel bel mezzo del Lido di Venezia, che incontriamo Nicolò Carnimeo, venuto a presentare il suo ultimo libro “Come è profondo il mare“, edito da Chiarelettere.

Anche lui rapito da quell’orizzonte che ha rapito me. “Sarà per motivi spirituali o magari di semplice respiro ma non potrei mai vivere in una casa che non abbia almeno una finestra sul mare”, confida. Docente di Diritto della navigazione a Bari, città in cui è nato, scrittore, giornalista, consulente della trasmissione Linea Blu di Rai 1, delegato Wwf per la Puglia e tante altre cose ancora. Ma  la qualifica che meglio lo descrive è “innamorato pazzo del mare”.

Tanto innamorato che quando ha appreso la notizia dell’esistenza di un continente di plastica, grande quasi quanto il Mediterraneo, nel bel mezzo dell’oceano Pacifico ha preso su armi e bagagli ed è andato a Londra ad incontrare il capitano Charles Moore che per primo lo ha scoperto e denunciato al mondo. 

Come è profondo il mare

Come è profondo il mare, l’ultimo libro di Nicolò Carnimeo edito da Chiarelettere

“Mi ha dato appuntamento nella hall del suo hotel. Mi ha fatto aspettare tre ore perché – mi ha spiegato poi – ‘con voi italiani non c’è da fidarsi e volevo essere sicuro che lei fosse motivato’. Tipo strano, il capitano Moore. Quando l’ho visto per la prima volta mi ha un po’ deluso. Il mio Cristoforo Colombo dell’isola delle immondizie non aveva affatto il physique du rôle del lupo di mare che mi aspettavo. Gliene ho chiesto il motivo e lui mi ha spiegato che, infatti, non lo è. Ha sempre fatto il falegname”. 

La storia di Charles Moore, che Nicolò Carnimeo racconta dettagliatamente nel suo libro, non se la poteva immaginare neppure un Conrad. Americano, figlio di genitori abbienti, per non dire multimilionari, studia a Yale e si laurea in chimica ambientale. Il nonno gli regala 5 milioni di dollari come “buon ingresso” nella fabbrica di famiglia che produce solventi chimici. Ma lui rifiuta il lascito e, già che c’è, strappa la laurea e saluta tutti, spiegando che “le cose oneste nella vita solo solo quelle che si fanno con le proprie mani e non con la chimica”.

Quindi apre un bottega di falegnameria per conto suo e ci lavora di pialla e di martello sino ai sessant’anni. A questo punto, l’eredità gli piove nel conto corrente anche se non la vuole. Che farne? Il “capitano” Moore si ricorda del periodo più felice della sua vita: quei giorni che aveva trascorso da ragazzino con suo padre in una barca a vela, navigando dalla Nuova Zelanda sino alle coste della California. Così chiude la falegnameria e decide di dedicare il resto dei suoi giorni al mare. Gli serve solo una barca. 

“Charles Moore – racconta Niccolò – acquista un catamarano oceanografico usato in Nuova Zelanda e, da bravo falegname, ci lavora sino a rimetterlo in condizione di navigare. Sì, lo so, con i soldi che aveva poteva prenderne uno nuovo fiammante ma Charles con il denaro ha un rapporto tutto suo. Quando la barca è pronta la vara e si tuffa immediatamente su quella stessa felice rotta che aveva percorso da giovane col padre: dalla Nuova Zelanda a San Francisco“.

“Ma stavolta capita un grave incidente. Il catamarano disalbera violentemente e Moore si accorge subito che non è possibile effettuare la riparazione durante la navigazione. Il fato lo costringe quindi a cambiare rotta, abbandonando le vie del vento per navigare solo con la forza del motore. Decide così di seguire quella che i primi navigatori oceanici chiamarono la latitudine 30, la latitudine dei cavalli“.

Il capitano Charles Moore

Il capitano Charles Moore, ex falegname, che ha scoperto il continente di plastica

 

 

 

 

 

 

Dei cavalli? “Sì. E’ una zona di frequenti bonacce. Ai tempi della navigazione a vela, era frequente che i marinai, per risparmiare l’acqua potabile, fossero costretti a sacrificare al mare gli animali che avevano a bordo e che bevevano di più. I cavalli appunto”.

Ed è proprio nella latitudine dei cavalli che si trova il cosiddetto Pacific Trash Vortex“A scoprire l’ultimo continente sconosciuto di questa Terra -spiega Carnimeo- è stato proprio Charles Moore, in questo suo primo viaggio. Accadde di notte. Dormiva beatamente nella sua cuccetta, quando la nave si arenò con un botto. Proprio come se fosse finito in una secca. Potete immaginare la sua sorpresa? Arenarsi nel bel mezzo del Pacifico! Quando mise la testa fuori della cabina, non credeva ai suoi occhi. Era finito in un immenso deposito di immondizia di cui non vedeva la fine. Gli ho chiesto come si sia sentito in quel momento e lui mi ha risposto: l’uomo più solo di tutta la terra”.

“Ma Moore, riavutosi dallo sbigottimento, capisce anche che ha trovato lo scopo della sua vita: denunciare quanto l’uomo sta facendo al mare. Tornato a San Francisco, Moore userà il suo denaro per costituire una fondazione che divulghi questo scempio e riuscirà persino a recarsi davanti all’assemblea delle Nazioni Unite per denunciare l’uso smodato della plastica. Ci andrà come solo lui poteva fare: con un tight da cerimonia, un elegante papillon al collo e, ai piedi, le scarpe da lavoro di un falegname! Charles Moore è fatto così e non cambierà mai”. 

Nella seconda parte della nostra intervista, il racconto della circumnavigazione del continente di plastica e gli strani effetti sulla flora marina. 

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