“Così Moore scoprì il continente di plastica”: intervista esclusiva allo scrittore Nicolò Carmineo – Pt 2

La nostra intervista a Nicolò Carnimeo

16 aprile 2018 | di Riccardo Bottazzo
Pacific Trash Vortex
Il Pacific Trash Vortex visto dal fondale

Continuiamo la nostra intervista con lo scrittore Nicolò Carnimeo, autore di “Come è profondo il mare“, edito da Chiarelettere, che ci racconta come ha circumnavigato il continente di plastica. 

Tu hai visitato il continente di plastica assieme a Charles Moore. Come è stata questa tua esperienza?

“Per un amante del mare come me è stata una esperienza senza dubbio dolorosa. Ma dovevo farlo, proprio per l’amore che nutro verso il mare. Sono salito sul catamarano del comandante Moore e abbiamo circumnavigato l’isola. Ci sono voluti ben 21 giorni per tornare al punto di partenza. Una navigazione estremamente difficile perché era quasi impossibile usare il motore, considerata la quantità di immondizia che si  attorcigliava sull’elica. Ci incagliavamo continuamente”. 

Di che tipo di rifiuti stiamo parlando? 

“Per il 90% polietilene che è la plastica più comune. Per quanto riguarda la tipologia, sono per lo più bottiglie, ma anche posate, bicchieri e bicchierini, reti, imballaggi, posate. Tutto materiale così detto usa e getta. Ricordiamocelo quando beviamo un caffè dalla macchinetta”.

Ci sono animali in quella sorta di reef di plastica?

“Questa è la cosa più incredibile. Ci sono molti animali e provenienti da tutti i mari del mondo: gamberetti, coloratissimi pesci tropicali, uova di calamaro e anche pesci più grandi. Tutte specie che non dovrebbero essere lì e che ci sono arrivate dopo aver fatto il giro del mondo, attaccate al pezzo di plastica che hanno colonizzato, come astronauti nella loro navicella. Vale anche il detto, chi si somiglia si piglia, abbiamo trovato pesci rossi che si sono ambientati su plastiche rosse, pesci gialli su plastiche gialle, pesci piatti del mar Rosso su piatti coperchi di spazzatura. Il mare ha un enorme potere di rigenerazione e si stanno formando nuove forme di vita. Soltanto che questa è una vita malata, un tumore che si propaga e che si espande sempre di più”.

Charles Moore e Nicolò Carmineo

Il capitano Charles Moore e lo scrittore Nicolò Carmineo

E che di certo non mancherà di contagiare anche la terra che, senza il mare, non può esistere. In tutto il pianeta sono stati scoperti fino ad ora 5 enormi isole di plastica. Isole in continua espansione perché l’uomo continua a consumare plastica usa e getta. Quali saranno le conseguenza sugli animali, sull’uomo e sulla vita in generale, è ancora tutto da scoprire. 

“Sul catamarano abbiamo fatto qualche analisi. Nello stomaco dei pesci abbiamo riscontrato un rapporto di uno a cinque tra il plancton e la plastica. Cioè, gli animali avevano ingurgitato cinque volte più plastica che il loro naturale alimento. Ai ragazzi delle scuole dico sempre che è come se , per ogni piatto di lasagne, ne mangiassero anche cinque pieni di plastica. Il polietilene infatti si sfalda in microscopici pezzetti e rimane nel mare. Non è solo l’isola, il guaio ma anche tutta la zuppa plastica su cui galleggia! Zuppa che non si sa dove arriva. Anche negli stomaci dei gabbiani delle Midway, le isole più lontane dalla terraferma, è stato trovato di tutto! Per non parlare delle tartarughe che noi del Wwf tuteliamo in un piccolo ospedale apposito. Questi animali, pur intelligenti, scambiano i sacchetti per meduse e se li mangiano ammalandosi immediatamente”.

I cinque continenti di plastica si sono formati negli oceani per un noto gioco di correnti che hanno raggruppato le immondizie provenienti da tutto il pianeta. Cosa accade, invece, nel nostro Mediterraneo?

“Io vivo a Giovinazzo, in Puglia e ho sempre una finestra aperta sul mare. Quando batte maestrale nel mio porto arriva di tutto. Praticamente si riempie di rifiuti. E avete mai visto il Po in secca? Il fondale è nascosto da cumuli di plastica. Questo fiume, è stato stimato, è responsabile del 13,5 % dei rifiuti che inquinano il Mediterraneo. Noi non ce ne rendiamo conto ma, essendo un mare chiuso, il Mediterraneo è in condizioni anche peggiori. Il gioco delle correnti e la profondità sono comunque diversi che negli oceani. I detriti plastici rimangono in superficie per sei o sette giorni in media e poi affondano o vengono spiaggiati. Difficile, per ora, che si creino isole di plastica, ma questo non toglie nulla alla pericolosità e all’impatto che hanno sull’ambiente marino e costiero”. 

Ma l’umanità potrebbe vivere senza plastica?

“Non dico questo. Un uso moderato della plastica è, a mio parere, accettabile. Il problema è l’usa e getta che, gira e rigira, finisce sempre nel mare che ormai utilizziamo come una gigantesca discarica. Un altro problema sono tutte le cose che potremmo fare con altri materiali ma che ora facciamo con la plastica. Penso alle retine con le quali i pescatori vendono i mitili. Una volta si facevano di giunco, reggevano benissimo e non inquinavano. Ma penso anche alle reti da pesca. Nello stomaco di un capodoglio che si è recentemente arenato per i botti delle ricerche petrolifere – perché fanno anche questo al nostro mare! – sono stati trovati 150 metri di rete. Pure chi non è interessato minimamente alle sorti del mare, dovrà convenire che, presto o tardi, tutto questo avrà pesanti conseguenze anche sulla nostra salute”. 

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