In Nuova Zelanda scoperti gli squali che “risplendono”

In uno studio pubblicato su "Frontiers in Marine Science" gli scienziati hanno dimostrato l’esistenza di tre specie di squali bioluminescenti in acque profonde

15 Marzo 2021 | di Paolo Ponga
squali bioluminescenti, Dalatias licha (fonte Frontiers in Marine Science)
Dalatias licha (fonte Frontiers in Marine Science)

Tre nuove specie di squali bioluminescenti sono state scoperte da un gruppo di ricercatori nelle acque profonde al largo della Nuova Zelanda. Per la precisione, i ricercatori hanno definito queste specie “glowing sharks”, letteralmente “squali risplendenti”.

Le ricerche sono state condotte dai dottori Jérome Mallefet e Laurent Duchatelet del laboratorio di biologia marina Earth and Life Institute dell’Université Catholique de Louvain in Belgio, insieme a Darren Stevens del National Institute of Water and Atmospheric Research (NIWA) di Wellington in Nuova Zelanda.

Al largo delle isole che compongono questa straordinaria nazione, conosciuta per la Coppa America e per essere stata la location dei film de “Il Signore degli Anelli”, vi è una zona oceanica chiamata “Chatham Rise“, che fa parte di un antico continente ora sommerso, la Zealandia. Si tratta di un importante habitat per le balene, che si estende per quasi 1000 km fino alle isole Chatham e che, normalmente, non supera i 1000 metri di profondità.

In uno studio, pubblicato pochi giorni fa su “Frontiers in Marine Science” e consultabile al seguente indirizzo, gli scienziati hanno dimostrato l’esistenza di tre specie di squali di acque profonde che hanno la capacità di rendersi luminosi. La bioluminescenza è stata spesso vista come un evento spettacolare e raro in mare ma, considerando la vastità delle sue profondità e la presenza di organismi luminosi in queste zone, è ora sempre più ovvio che la produzione di luce in profondità deve svolgere un ruolo importante nella strutturazione del più grande ecosistema del nostro pianeta.

La bioluminescenza, definita come la produzione di luce visibile da parte degli organismi viventi, è un fenomeno diffuso in specie marine assai differenti. Le specie di squali oggetto di questi studi sono state essenzialmente il Dalatias licha, l’Etmopterus lucifer e l’Etmopterus granulosus, oltre allo Zameus squamulosus. Malgrado queste specie fossero già note, la loro luminescenza è stata provata scientificamente solo ora, come l’analisi dei meccanismi biochimici che ne stanno alla base.

In un’ottica sempre più attenta all’ambiente, per i loro studi i ricercatori non hanno effettuato catture specifiche ma hanno lavorato utilizzando esemplari catturati come prede accessorie nell’ambito di un’indagine di valutazione della pesca per il Ministero delle industrie primarie della Nuova Zelanda.

Il team ha anche dimostrato come gli squali oggetto delle ricerche siano gli unici organismi bioluminescenti conosciuti che controllano l’emissione di luce tramite gli ormoni: la melatonina innesca la produzione di luce, la prolattina ne aumenta l’intensità, mentre gli ormoni alfa-melanocitici e gli adrenocorticotropi sono addetti ad inibirla. La luminescenza si ottiene poi mediante migliaia di fotofori situati all’interno dell’epidermide, attraverso meccanismi ancora poco noti e strutture di enorme complessità.

squali bioluminescenti, Etmopterus lucifer (fonte Frontiers in Marine Science) (2)

Etmopterus lucifer (fonte Frontiers in Marine Science)

Tutti emettono una luce blu o blu-verde in zone a volte differenti del corpo. Lo scopo ipotizzato dai ricercatori potrebbe essere molteplice: controilluminazione verso altre specie, aposematismo (quando un animale avverte un possibile nemico della sua pericolosità: lo fanno, ad esempio, gli animali velenosi) o riconoscimento conspecifico. Per riconoscersi fra eguali, quindi, o per salutarsi, chissà.

La natura è incredibile e non manca mai di stupire. Pensate di nuotare in un mare tutto nero che si illumina improvvisamente di blu per delineare la figura di uno squalo. Potrebbe essere la trama di un film dell’orrore ma io ne rimarrei affascinato.

 

Fonte foto: Frontiers in Marine Science

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