Un mondo senza squali

Possiamo immaginare un pianeta senza questi incredibili animali?

9 Febbraio 2021 | di Paolo Ponga

Peccato per gli squali. In genere non sono considerati animali carini e coccolosi e non tendono a suscitare manifestazioni d’affetto. Nell’immaginario collettivo non esiste animale che faccia più paura. È qualcosa insito nelle nostre cellule, legato a due fattori di ansia: l’ambiente acquatico, così diverso da quello in cui viviamo, e l’ancestrale timore, proprio dell’uomo primitivo, di essere mangiato. La dimostrazione è che sono ben 97 i film che hanno come protagonisti degli squali killer (da White Death del 1936 a Sharknado 6), cifra probabilmente superata solo dai film sugli zombie (d’altronde tentano anche loro di mangiarci..).

Nel mondo reale, però, non sono così cattivi. Solo 40 specie sono potenzialmente pericolose per l’uomo ma quelle da temere veramente, o meglio da rispettare, sono 5: il Grande Squalo Bianco, il Tigre, il Leuca, il Longimanus e il Mako. L’ISAF (International Shark Attack File) ha calcolato una media di 5/6 attacchi mortali all’anno, su circa 65 attacchi totali, in gran parte definibili come “provocati” dall’uomo, a causa di comportamenti errati e pericolosi. Negli Stati Uniti, ad esempio, si registra una media di un decesso all’anno, contro venti attacchi mortali, di solito intenzionali, da parte delle… mucche.

Tuttavia, sono sempre stati visti in un’ottica negativa, anche nell’antichità. Come dicevano i latini, nomen omen, ovvero anche il suo nome lo identifica. La parola “squalo” deriva infatti dal sanscrito “kal-a”, che significa “brutto, tenebroso, scuro” (la stessa radice di squallido), il latino “squalus” stava per “ruvido, aspro” (riferendosi anche alla pelle) e l’inglese “shark” deriva dal tedesco “schurke”, che significa “cattivo, aggressivo“.

A conferma poi del fatto che se la fortuna è cieca, il suo opposto ci vede benissimo, dello squalo, come del maiale, non si butta via niente. La carne è commestibile e presente nei nostri piatti con i nomi più strani (palombo, smeriglio, spinarolo, etc.), mentre la pelle è sempre stata utilizzata per le sue proprietà abrasive e antiscivolo (veniva usata addirittura sull’impugnatura delle katane giapponesi). In tempi moderni, proviene da loro un componente di creme cosmetiche, indicato nelle formulazioni come squalene, la cartilagine sembra avere proprietà antinfiammatorie per le articolazioni e si è anche diffusa la falsa notizia che l’olio di fegato di squalo abbia proprietà antitumorali.

Malgrado tutto questo gli squali potrebbero continuare a vivere tranquillamente nei nostri oceani. In fin dei conti fanno parte di un superordine che comprende circa 500 specie, che vanno dal minuscolo Squalo Pigmeo di circa 20 centimetri agli enormi Squali Balena che sembra possano raggiungere i 20 metri di lunghezza e le 30 tonnellate di peso. Come specie esistono da circa 450 milioni di anni, cioè prima dei vertebrati terrestri e di molte piante, anche se in forme diverse da quelle attuali. Il Grande Squalo Bianco, invece, ha 65 milioni di anni: era sul nostro pianeta insieme ai dinosauri.

Quindi, dove sta il problema? Sta in una zuppa. Sì, avete capito bene. Su circa 100 milioni di squali pescati ogni anno, circa il 75% viene catturato tramite la barbara pratica dello “shark finning“, al fine di utilizzare le pinne per la famosa zuppa. I poveri animali vengono pescati, le pinne tagliate secondo tradizione con una lama arroventata e poi vengono ributtati in mare a morire. Asfissiati. Tutto perché, secondo la tradizione cinese, questa zuppa avrebbe proprietà rinvigorenti, antitumorali e soprattutto afrodisiache. D’altronde, l’aumento della classe media e la diffusione delle culture hanno fatto aumentare la domanda di materia prima.

Ma possiamo davvero immaginare un mondo senza squali? Cosa potrebbe accadere all’ecosistema marino? Al di là dell’estinzione di questi affascinanti animali, secondo molti biologi ci troveremmo di fronte a un mondo con oceani malati e morenti. In quanto predatori all’apice, gli squali mantengono infatti le popolazioni ittiche sane rimuovendo gli animali deboli e malati, permettendo così agli esemplari sani di prosperare. Potremmo definirli i globuli bianchi del mare che mantengono sano e pulito l’oceano e impediscono la diffusione delle malattie rimuovendo i malati e i morti. In tutti gli ecosistemi evoluti, ogni parte dipende dalle altre: cosa potrebbe succedere rimuovendo una componente così importante? Gli studiosi temono un effetto a cascata.

Non solo ma dobbiamo cercare di uscire anche dalla classica idea scolastica della catena alimentare vista come una disposizione lineare. In realtà, maggiore è la biodiversità di un ambiente, maggiori sono le connessioni tra le differenti specie animali e le conseguenze in caso di alterazione del suo equilibrio.

Ecco due esempi riscontrati dai biologi. Nell’area caraibica alcune isole hanno consentito la caccia sfrenata alla popolazione di squali. Questo ha portato alla crescita del numero di predatori di medio livello, come dentici e jackfish, che hanno decimato i pesci erbivori, causando così la proliferazione delle alghe, che alla lunga hanno soffocato la barriera corallina e ucciso i polipi del corallo. Lungo la costa orientale degli Stati Uniti, invece, i pescatori di molluschi hanno riscontrato una caduta netta in termini di raccolto. Dopo varie indagini si è scoperto che la causa è dovuta alla proliferazione di razze, normalmente preda degli squali.

E questo è il risultato su piccola scala: inimmaginabile quello che può accadere negli oceani senza la loro influenza stabilizzante. Inoltre, nel loro caso non è ipotizzabile nemmeno una forma di reintroduzione, come è stato fatto in superficie con altri predatori in pericolo, allevati in cattività. Visto che molte specie sono a serio rischio di estinzione, quello che i biologi temono è la possibilità di un crollo senza ritorno degli ecosistemi marini. Allora, come agire? Ricordando che la natura appartiene a tutti noi, nella battaglia per salvare gli squali occorre mettere in gioco tre fattori.

Il primo è la costituzione di parchi e riserve marine, come le aree marine protette, nei quali questi animali possano usufruire di un rifugio dai pescatori, vivere e prosperare in un ecosistema sano, raggiungere la maturità sessuale e creare nuove generazioni di prole. Il secondo è l’istruzione. Occorre infatti cambiare la percezione del pubblico, facendo comprendere che gli squali non sono killer psicopatici di bagnanti e subacquei ma parte integrante di un ecosistema che appartiene più a loro che agli esseri umani.

Sono animali incredibili, con sette sensi e un cervello paragonabile a quello dei grandi mammiferi. Alcune specie sono in grado di giocare (come i delfini), altre mantengono rapporti di “amicizia”, ritrovandosi costantemente con squali della stessa specie e dello stesso sesso, magari per raccontarsi come è andata la giornata. Nel mentre molte persone potrebbero persino comprendere che in commercio ci sono pastiglie ben più efficaci della zuppa di pinne di pescecane.

Infine, il terzo fattore su cui agire sono le leggi. Alcune nazioni, come gli Stati Uniti, hanno vietato lo shark finning o protetto delle specie nelle loro acque territoriali, mentre in altre, come la Gran Bretagna, è partita una raccolta di firme da portare in Parlamento. In molte nazioni avanzate ci sono progetti di legge per creare santuari per gli squali e vietare i prodotti in commercio che li sfruttano. Questo accade a volte anche in Paesi in via di sviluppo, come nelle lontane Fiji o in Polinesia, dove le persone non hanno dimenticato le pratiche degli antenati: cattura ma non decimazione e vita in comunione con questi splendidi esseri. Perché il mondo è di tutti, di ogni essere vivente. E poi, chi vorrebbe vivere in un mondo senza squali?

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1 commento

  1. Pierstefano Vernaschi - ha detto:

    Ottimo articolo ricco di concetti naturalistici fondamentali. Come biologo sonosostenitore di questi concetti

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