Walter Morando, tra una bitta e una catena. L'intervista e le foto della mostra

Liguria Nautica ha incontrato in esclusiva Walter Morando, ceramista, scultore e disegnatore noto in tutta Italia. La sua vita, da portuale ad artista affermato

16 febbraio 2012 | di Redazione Liguria Nautica

Prosegue fino al 26 febbraio la mostra di Walter Morando “Il porto si fa arte”, inaugurata lo scorso 22 gennaio a Finalborgo, nel complesso monumentale di Santa Caterina. Ceramista, scultore, modellatore e disegnatore, un’artista eclettico unico nel suo genere e per questo conosciuto in tutta Italia. Le sue opere hanno viaggiato insieme a lui: dalla Biennale di Padova, a Cortina, in tutta la riviera ligure e prossimamente a Casale Monferrato. Da più di 40 anni, racconta la vita del porto nella sua quotidianità: gli attrezzi, gli strumenti, le persone che lo abitano, i cambiamenti, il passato e il passaggio alla modernità. Tutto è descritto, tutto è visibile: dalla finestra di casa sua ha osservato, per oltre 60 anni, il porto urbano che si è trasformato.

 

Entrare nelle sale espositive della mostra è un vero e proprio viaggio sensoriale: l’artista riproduce a grandezza naturale, in ceramica o cellulosa, bitte, catene, lamiere, motori, ganci, carene riprodotte nella sua totalità. Morando con l’arte si racconta.

 

Nasce a Savona nel 1938 e la vita sui moli la conosce bene: appena 15 enne, come tanti coetanei, per arrotondare le entrate, lavora per qualche anno nel porto della città. Pulisce i macchinari, scarica le merci, carica i container, mansioni faticose ma sempre affrontate col sorriso e con gioia. Lo spirito era gaio: «Non pensavamo a niente se non a spendere i soldi per divertirci, non avevamo nulla ma eravamo felici».

 

E grazie agli anni trascorsi a fare e osservare, l’autore ripropone quello che era ed è il solito tran tran delle darsene: così la vita del porto lo ha ispirato regalandogli le idee. La sensibilità artistica, invece, viene fuori nei primi anni di vita: «Alle elementari le maestre mi sgridavano sempre perché a scuola non seguivo le lezioni: disegnavo tutto il giorno» racconta Morando.

Liguria Nautica lo ha incontrato in un’intervista esclusiva. La nostra chiacchierata ha inizio nella storica trattoria di via Pia, di fronte a un tradizionale piatto di farinata savonese.

 

Basta lavorare qualche anno in porto per diventare un artista del suo calibro?

«Forse. Però io ho studiato tanto prima del mio esordio, la mostra ufficiale 1967. Metodo, tecniche, analisi dei materiali, esercitazioni e tanto, tantissimo disegno tutto per sincronizzare l’occhio alla mano. Poi mi sono avvicinato al grande Enrico Bruzzone, il mio maestro d’arte e non solo. A lui devo tutto, mi ha messo di fronte a delle scelte difficili “lo spirito o la materia” mi ha saputo guidare in un percorso non sempre felice ma meraviglioso».

 

C’è una linea guida che accomuna le sue opere apparentemente diverse tra loro per forma e materiali?

«Io lavoro sul concetto di rottame, a volte mi sento un archeologo, a volte un architetto o uno scultore. Vado alla ricerca degli oggetti del porto e gli ridò vita esattamente come sono: sporchi, rotti, impolverati ma sono veri. Così cerco di lasciare a chi guarda le mie opere delle emozioni. Col porto ho voluto razionalmente interpretare una tematica attraverso l’arte. Ma non ripropongo solo gli utensili, anche i movimenti, i gesti sono ritratti nei miei disegni e incisioni».

 

Perché non ha mai cambiato genere, racconta il porto da 40 anni, l’amore è folle o non riesce a farne a meno?

«In realtà racconto anche il mare: c’è una scultura che raffigura l’incidente della petroliera Haven (avvenuto davanti a Voltri, Genova, nel 1991) dove ho voluto dipingere l’acqua nera sul corpo di una donna. Per me il mare è donna: nelle acque c’è la vita e dopo l’affondamento della nave la vita era state inquinata, sporcata, è stato qualcosa di terribile e l’ho raffigurato. La mia arte vuole essere una memoria nel tempo».

 

Manuela Facino

 

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