Fuga dal tricolore, ecco perché sempre meno barche vengono immatricolate in Italia

L’Italia è il Paese migliore al mondo nella produzione di barche e yacht di lusso. Ma tra i più carichi di burocrazia e con meno servizi per il turismo. Aumentano le vendite “Made in Italy” ma diminuiscono i tricolori a poppa

4 ottobre 2017 | di Giuseppe Orrù
Yacht a vela Carlotta nel Tigullio
Yacht a vela Carlotta

Più burocrazia, più costi e tempi più lunghi. Oggi sfoggiare il tricolore a poppa della propria imbarcazione non rende gli armatori orgogliosi come nel passato ma spesso sono attratti dalle condizioni più vantaggiose offerte da altri registri. Ne abbiamo parlato con Carlo Tripodo, dell’agenzia marittima Se.Na.Ge., con sedi a Genova (Piazzale Kennedy, 1 – Spina Servizi Box 4, Marina Fiera di Genova) e a Lavagna (Piazza Milano 8). Ogni registro estero ha, infatti, delle caratteristiche particolari e la consulenza di Se.Na.Ge. può aiutare gli armatori a fare la scelta più adatta alle proprie esigenze.

Durante il Salone Nautico di Genova sono state presentate le novità introdotte dalla revisione del codice della nautica da diporto, mentre qualche giorno prima Tripodo e i suoi colleghi avevano ricevuto la notizia che per il registro belga, che regolamenta il noleggio di imbarcazioni da diporto come commerciale, il comandante non ha la necessità di titoli specifici ma gli basta avere la patente nautica per svolgere la sua attività. Questa è solo l’ultima trovata di un registro come quello belga, la cui bandiera ha attirato molti diportisti negli ultimi anni, sottraendoli alla nostra, con una procedura più semplice e snella ma soprattutto più informatizzata.

Inoltre, i controlli in banchina e in mare sulle imbarcazioni battenti bandiere non italiane sono meno frequenti e le ispezioni periodiche previste per legge in Italia per il rinnovo della annotazioni di sicurezza sono completamente assenti. Tutto questo è un altro vantaggio di cui si avvalgono i fautori ed utilizzatori delle bandiere estere.

LNLa situazione insomma è decisamente diversa?
CT – Certamente. In Italia il comandante dell’imbarcazione da noleggio deve avere il titolo professionale da skipper e deve essere iscritto alla Gente di Mare presso una Capitaneria di Porto, mentre per molti altri registri tutto questo non serve. Poi in Italia, per qualsiasi cosa, gira ancora troppa carta. Spesso mi chiedo cosa stiamo aspettando ad adeguarci agli altri Paesi europei.

LNLei quale bandiera consiglia?
CT – Io consiglio sempre la bandiera italiana anche se faccio sempre più fatica a convincere gli armatori. Per immatricolare una nuova barca, ad esempio, se va bene in Italia servono mediamente dueo tre settimane mentre con la bandiera olandese ci vogliono 5 giorni. E’ difficile vincere con queste differenze anche se siamo bravi, il mondo gira in un’altra direzione. O gli andiamo dietro o siamo destinati a soccombere. Durante il Salone di Genova si è parlato molto della nautica in Italia e sicuramente i numeri sono positivi ma, secondo il mio parere, bisogna fare una distinzione tra l’industria che esporta e la nautica nostrana. La prima ha un trend di crescita interessante in quanto esporta il made in Italy che all’estero è molto apprezzato, mentre la seconda è fatta da chi lavora su piazze nostrane, dove regna ancora una certa stagnazione e difficoltà. In Italia lavora bene solo il mercato dell’usato e spesso l’hanno fatta da padroni gli stranieri, che hanno approfittato della crisi per fare buoni affari ed in molti casi dismettono la bandiera italiana anche se proponiamo la domiciliazione qui per mantenere la bandiera.

LN Che aria si respira in banchina?
CT – Un’aria contrastante. Da un lato l’andamento dell’economia generale ha comunque diffuso un umore positivo, dall’altro nelle realtà locali ci sono ancora troppi lacci e lacciuoli. Per esempio quando un porticciolo funziona si crea anche un forte indotto attorno, perché lavorano non solo i vari servizi direttamente legati alla nautica ma anche tutte le altre realtà di tipo commerciale, artigianale e turistiche. I Comuni marinari che hanno la fortuna di avere delle strutture portuali dovrebbero investire di più sul turismo nautico, considerarlo come una parte integrante del turismo in senso lato, come avviene, per esempio, in Costa Azzurra e nei Paesi nostri competitor, dove in banchina si sentono parlare tutte le lingue del mondo. Un esempio è l’Adriatico dove raramente trovi un croato che viene in una marina italiana ma sicuramente trovi italiani in marine croate. E non è vero che è solo perchè costa meno, anzi. I turisti nord europei, che hanno anche redditi maggiori dei nostri, preferiscono andare in altri lidi, dove ci sono più servizi, c’è più turismo e si lavora decisamente meglio.

LNPerché molti immatricolano in Olanda?
CT – E’ molto semplice e veloce. I documenti sono praticamente gli stessi (documento del proprietario, un titolo di proprietà, fattura o atto di vendita non registrato, dichiarazione di conformità della barca e se usata dismissione di bandiera) ma i costi sono più bassi e non c’è la visita periodica e la tassa di registro. La visita in realta è un’idea che mi piace, perché le barche estere non le guarda mai nessuno ma molti vanno all’estero anche per questo, dove è tutto demandato alla responsabilità del comandante. Dovremmo essere noi italiani ad attrarre così gli armatori, non il contrario.

LNUn’altra bandiera forte qual è?
CT – Quella inglese. Il british register ingloba buona parte del naviglio importante che viaggia nel Mediterraneo e non solo. Noi ne facciamo qualcuna soprattutto per chi deve imbarcare equipaggio. In base alla normativa inglese, l’equipaggio guadagna di più ma all’armatore il personale costa meno.

LN Cosa ne pensa infine della revisione al codice della nautica da diporto?
CT – Le novità rispetto all’attuale sono marginali e comunque non in grado di scuotere il mercato interno. Sarebbe invece fondamentale informatizzare i registri, vincendo così l’ostracismo degli uffici e dare la possibilità di controllare i possessori di barche senza “presidiare” le banchine. Noi siamo i più bravi a fare le barche ma le facciamo immatricolare e gestire dagli altri. Tutto questo è molto triste.

Giuseppe Orrù

Carlo Tripodo di Senage

Carlo Tripodo di Senage

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2 commenti

  1. Mario ha detto:

    Siamo imbestialiti andiamo per mare da anni abbiamo fatto del charter un mestiere ed una professione che fino a qualche anno fa era completamente inesistente senza regole ma tutto si svolgeva in modo professionale . Un giorno qualche signorotto ha deciso di inventarsi un Titolo da conduttore che poteva essere riconosciuto a comandanti con minimo 3 anni di esperienza e con iscrizione alla gente di mare di 3 categoria. Tutti noi in quel periodo ne avevano il diritto avendo tali requisiti ma alcuni per motivi diversi si trovavano in altri Mario per lavoro . Al loro rientro Sorpresa Il periodo per richiedere il TITOLO era scaduto RISULTATO decine e decine di professionisti non possono più fare quel mestiere che con tanta professionalità hanno fatto per anni ma soprattutto hanno fatto diventare una passione in un Business solo per pochi. Oggi ci troviamo costretti a lavorare sotto altre bandiere e fare finta di essere ospiti nel mare mostrine. Svegliatevi questo Titolo oggi è impossibile ottenerlo magari Si con qualche solito calcio nel culo Alla Italiana ciao buon vento PS spero che col nuovo codice questo cambiiiiii

  2. roberto greco ha detto:

    La descrizione della situazione è quanto mai perfetta e rispecchia tutto il sistema Italiano in qualsiasi settore.
    La politica si ostina a inventare cervellotici sistemi di conrollo incrociati per evitare l’evasione fiscale ottenendo l’effetto contrario.
    iI 90% delle l’iniziative delle è soffocata e annullata da moduli e regole di impossibile comprensione in qualsiasi campo
    Semplicità. tassazione al 15% fino 200000.00 € annue , fiducia nell’onestà degli italiani e controlli competenti dopo le dichiarazioni annuali come in mezza farebbero rifiorire l’italia.
    roberto greco

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