Il disastro ambientale della Iplom: ritardo dei lavori di bonifica, gli abitanti subiscono le conseguenze

Il versamento del greggio della Iplom ha prodotto danni a cui non si è ancora rimediato. Ne pagano le conseguenze gli abitanti della val Polcevera.

12 Dicembre 2016 | di Redazione Liguria Nautica

Il disastro è avvenuto mesi fa e i danni non sono più evidenti come in principio. L’acqua era diventata iridescente, in seguito al versamento del greggio della Iplom nel rio Fegino, e la presenza del combustibile nell’acqua del fiume era ben visibile a occhio nudo. Il greggio, come ampiamente documentato da numerosi media incluso il nostro, finì in grande quantità anche in mare nonostante il grande lavoro dei Vigili del Fuoco impegnati a contenere i danni.

Oggi la situazione è diversa, ma soltanto in apparenza. La superficie del rio Fegino appare pulita. Ma dopo un paio di giorni di pioggia dalle pozze d’acqua iniziano a uscire delle bolle, sintomo del fatto che l’acqua è ancora altamente contaminata.

L’incidente allo stabilimento Iplom: disastro ambientale colposo

Il 17 aprile scorso, nel corso di un trasferimento di carburante dallo stabilimento Iplom di Busalla alla nave maltese Sea Dance, ormeggiata al porto di Multedo, si sono riversati nel fiume Polcevera e nel rio Fegino 680 mila litri di carburante. Il piano di emergenza era del 2012, ossia scaduto da due anni. La Procura ha aperto un fascicolo, in cui risultano indagati per disastro ambientale colposo Vincenzo Columbo, direttore dello stabilimento, Valter Mantelli, responsabile servizio impianti, Giovanni Arbossi, dirigente del settore manutenzione, e l’ingeniere Maurizio Locarno, che ha sottaciuto, nella perizia richiesta dalla Iplom, l’esistenza di ben 23 punti critici lungo i 22 km di oleodotto.

La situazione alla Foce del Polcevera poco dopo il disastro

La situazione alla Foce del Polcevera poco dopo il disastro

L’Arpal non ha approvato il piano di caratterizzazione della Iplom

Gli impianti della Iplom hanno ripreso la loro attività a novembre, ma già da settembre era noto che la bonifica non sarebbe potuta ripartire prima del 2017, come l’assessore all’ambiente Italo Porcile aveva dichiarato. L’Arpal, infatti, non ha approvato il piano di caratterizzazione (ossia di bonifica) che la Iplom ha presentato in Comune il 7 agosto, a cui ha ritenuto di dover aggiungere alcune integrazioni, presentate il 12 agosto. Non solo il piano di risanamento dev’essere prodotto in concerto fra Arpal e Iplom, ma anche l’analisi del rischio, ed entrambi devono in seguito essere approvati dal Comune (il primo entro 30 giorni, il secondo entro 60 giorni). In seguito la Iplom deve presentare il progetto operativo di bonifica, entro un termine di 6 mesi. È quindi evidente che l’intero processo occuperà tutto il 2017. A pagarne le conseguenze sono i cittadini costretti a vivere sulle sponde di corsi d’acqua ancora inquinati dal petrolio, in un’area in cui la coesistenza di insediamenti umani e industriali sta diventando impossibile. A proposito del disagio causato alle persone, Porcile ha dichiarato: «Dobbiamo lavorare per arrivare al più presto alla bonifica delle aree interessate da quello che possiamo definire un disastro ambientale a prescindere dai capi d’accusa. Altre istituzioni sono chiamate ad individuare le responsabilità di quanto accaduto prima, durante e dopo lo sversamento».

Le dighe alla foce per limitare la dispersione del greggio

Le dighe alla foce per limitare la dispersione del greggio

Il disagio causato agli abitanti

Per capire come gli abitanti dei quartieri toccati dal disastro hanno vissuto questa situazione, abbiamo parlato con Stefano Rivolta, il vicepresidente del comitato spontaneo dei quartieri di Borzoli e Fegino, che è nato dopo il disastro. La situazione di disagio che gli abitanti della val Polcevera vivono è determinata dalla coesistenza delle abitazioni e delle attività industriali sul territorio. Le prime case c’erano già quando la Iplom è stata costruita, intorno al ’45. Fino agli anni Settanta la costruzione di case è continuata, e ora gli abitanti si trovano davanti a una situazione critica. La val Polcevera è insalubre, a causa del basso numero di strutture ospedaliere, della costruzione del terzo Valico, dell’esistenza degli oleodotti e di un’elevatissima mole di traffico pesante. Il comitato chiede quindi che le istituzioni prendano coscienza del problema, che tengano conto, nei prossimi piani urbanistici, di quello che esiste già nella valle e, infine, che decida di spostare le persone o le attività industriali. È necessario che si sostenga la popolazione di un’area povera e altamente inquinata, soggetta al rischio di malattie e alla diminuzione del valore delle abitazioni, a causa dell’ambiente sempre più insalubre. Per descrivere questa realtà, Stefano Rivolta ha affermato.«La gente non si cura perché non ha soldi e subisce un carico di smog superiore a quello delle altre aree urbane». Secondo i dati ufficiosi nelle mani del comitato, elaborati dal medico Valerio Gennaro, i quartieri di Rivarolo, Cornigliano e Fegino soffrono di una mortalità superiore rispetto al resto della città.«Vogliamo avere i dati ufficiali, che sono in possesso dell’Anagrafe, e li abbiamo chiesti al Sindaco. Oggi non ci è stata data ancora alcuna risposta».

Le acque della Foce

Le acque della Foce

Il ritardo dei lavori di bonifica

«Viviamo nell’attesa e nell’ignoranza», ha detto Rivolta, a proposito del ritardo dell’inizio dei lavori di bonifica, «Il processo si è bloccato alla prima fase, rimaniamo nell’incertezza». Secondo quanto ci viene spiegato, la Iplom avrebbe dovuto presentare il piano a ottobre, ma al momento non c’è ancora niente di pronto. Il tubo dell’oleodotto si è rotto in una zona boscosa, che il rio Fegino attraversa per un centinaio di metri. Per i 700/800 metri successivi, invece, il rio Fegino attraversa una zona abitata e gli argini lambiscono i garage e le cantine delle abitazioni. Dall’intervista, è emerso che questo è il motivo per cui la Iplom ha presentato un piano di bonifica che prende a misura gli standard delle zone non abitate, mentre l’Arpal ha espresso l’esigenza che venissero considerati quelli delle zone abitate.«La Iplom vuole spendere il meno possibile», ha detto Rivolta, «e considera il fatto che dalla zona in cui il rio Fegino finisce nel Polcevera non ci sono abitazioni».

I responsabili del disastro sono i singoli o la Iplom?

Il vicepresidente ha specificato anche che, secondo quanto è stato spiegato dall’avvocato, l’accusa ai danni dei dirigenti dello stabilimento non sussiste, ma al contrario sarebbe valida se formulata contro l’azienda. Quello prodotto dalla Iplom non è un disastro ambientale, ma è inquinamento colposo: la differenza risiede in chi viene ritenuto responsabile della colpa, che nel primo caso è il singolo individuo, nel secondo l’azienda. «L’accusa di disastro ambientale non può sussistere», ha affermato l’intervistato, «perché questo si verifica solo nel caso in cui non è possibile ripristinare le condizioni precedenti».

Le cause profonde del problema

Le cause del problema sono ancora più profonde e risalgono alla legge Seveso, secondo cui un oleodotto non è da considerarsi impianto a rischio rilevante, al contrario dello stabilimento di raffinazione. Si tratta di un controsenso, perché il combustibile già raffinato è altamente inquinante, oltre a causare un alto rischio di incendi e la mappa dei tubi è segreta. «La gente rischia di morire a norma di legge», ha riassunto Rivolta.

L'evidenza del petrolio che superava le oanne d'emergenza verso il mare aperto

L’evidenza del petrolio che superava le oanne d’emergenza verso il mare aperto

Le precisazioni dell’Arpal

Non è del tutto vero che la Iplom prende a modello i limiti di risanamento delle aree industriali e l’Arpal quello delle aree residenziali. Arpal ritiene di estendere il limite delle aree residenziali rispetto a quello considerato dall’azienda, comprendendo tutto il rio Fegino e il Polcevera, mentre la Iplom ha già indicato il limite solo per il Rio Pianego e a parte del Rio Fegino. Federico Grasso, responsabile del’ufficio stampa dell’Arpal, ha spiegato: «Fondamentalmente abbiamo richiesto alla ditta una più approfondita, estesa ed efficace caratterizzazione del terreno potenzialmente contaminato: più punti, in superficie e a maggior profondità, su suolo, sedimenti e falda, in posizioni ben individuate. Il tutto accompagnato dal monitoraggio delle acque superficiali». L’Arpal ha confermato che l’inizio dei lavori di bonifica non avverrà a breve: «Al momento stiamo attendendo che la ditta presenti a Città Metropolitana, l’Ente competente nella gestione post-emergenza, le integrazioni richieste al piano di caratterizzazione proposto la scorsa estate. Tale piano verrà presentato in Conferenza di Servizi, quindi seguirà l’analisi di rischio che individuerà dove sono i problemi ambientali e quali sono le azioni possibili ed efficaci da mettere in campo, la bonifica vera e propria. È un iter piuttosto lungo, che richiederà ancora molti mesi, un percorso scandito dal Titolo V del Testo Unico ambientale, il D. Lgs. 252/2006». Anche l’assessore Porcile ha ammesso che i tempi non sono brevi, ma purtroppo questa è la procedura: «Sono passaggi complessi e molto lunghi, me ne rendo conto, ma, come ho cercato di spiegare spesso ai cittadini, sono dovuti a norme che rappresentano anche e soprattutto una tutela e una garanzia per l’ambiente e per la salute. Occorre avere pazienza e conservare fiducia, anche se è difficile per chi ha la finestra a pochi metri dai serbatoi. E occorre partire da questi episodi per interrogarsi seriamente a tutti i livelli istituzionali sulle possibili riconversioni e su nuovi modelli di sostenibilità».

Ilaria Bucca

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