Stangata sulla nautica in Francia, yacht in fuga in Liguria. Roberto Perocchio (Assomarinas): «Ma siamo ancora in debito d’ossigeno»

Intervista al presidente di Assomarinas, Roberto Perocchio, che analizza la situazione della portualità in Italia: «Gli stranieri sono ancora pochi, è il ceto medio italiano la linfa dei porticcioli. Che ancora risentono della crisi»

25 maggio 2018 | di Giuseppe Orrù
Marina degli Aregai
Marina degli Aregai

I maxi-yacht e le unità da diporto che avevano pianificato un’estate in Costa Azzurra probabilmente imposteranno una nuova rotta per l’estate ormai alle porte. La Francia, infatti, ha appena introdotto una serie di norme fiscali che rappresentano una stangata per la nautica e che, verosimilmente, convinceranno molti armatori a preferire i porti della Liguria, dove ci si aspetta un aumento di approdi del 15%.

LA STANGATA FRANCESE

Colpa (o merito, se guardato dalle coste liguri) del governo Macron che, a causa delle forti pressioni dell’Unione Europea, ha dovuto eliminare alcune agevolazioni di cui godeva il comparto nautico francese. Oltre a molte concessioni demaniali da rinnovare, sono state introdotte nuove accise sui carburanti e alcune esenzioni Iva sono state riviste. Risultato: ormeggiare lungo le coste francesi costa molto di più che in passato.

I porti italiani, soprattutto quelli della Liguria, si preparano ad accogliere le imbarcazioni in fuga dalle nuove tasse francesi. Ci si aspetta molti più approdi, da Ponente a Levante. Ma Assomarinas, l’Associazione italiana dei porti turistici, parla «di una goccia in mezzo al mare».

UNA RIPRESA LENTA

La situazione del transito delle navi da diporto in Italia – dice Roberto Perocchio, presidente di Assomarinas è migliorata da un paio d’anni a questa parte, anche in funzione dell’approccio fiscale meno favorevole adottato dalla Francia. Ma è una goccia nel mare. I porti turistici vivono dell’apporto del ceto medio italiano, che è indebolito. Calano le immatricolazioni nei registri italiani e aumentano cancellazioni”.

Ormai è risaputo che i cantieri italiani producono di più e crescono grazie all’export, ma il mercato nazionale si sta riprendendo molto più lentamente. “Il giro d’affari della portualità italiana – dice Perocchio – cresce del 3 – 4% all’anno. E’ una risalita molto lenta in rapporto al 35% di perdita del giro d’affari con l’inizio della crisi, nel 2010, dovuta anche alla Tassa Monti per i porti turistici”.

Negli ultimi tre anni, quindi, la portualità italiana ha recuperato circa il 10% ma, fa notare Perocchio, “siamo ancora sotto del 20 – 25% rispetto al periodo pre crisi. Il fatto che negli ultimi anni siano aumentati i transiti di maxi-yacht è servito a dare un po’ di linfa alla portualità italiana, ma siamo ancora in debito d’ossigeno”. Come se non bastasse, nel mezzo della crisi sono nati una quarantina di nuovi porticcioli in Italia per 22mila nuovi posti barca complessivi. “Tutto questo proprio mentre la crisi cresceva e si mettevano a secco le barche nei capannoni. In questi dieci anni di crisi sono state cancellate dai registri nazionali circa 10mila unità nautiche”.

I CONCORRENTI

Attualmente in Italia ci sono circa 170mila posti barca a fronte di parco nautico immatricolato di 110mila unità. I principali competitor dei porti italiani sono Francia e Croazia. Anche l’introduzione di una tassa di soggiorno in Croazia, che grava di circa 2mila euro all’anno su barca di 20 metri sta aiutando un leggero e parziale recupero degli approdi nei porti dell’Adriatico.

La componente straniera sulle coste italiane è contenuta – dice Roberto Perocchio –, oscilla dal 40% del Friuli Venezia Giulia al 5% della Sicilia. La Liguria è intorno al 10%. La presenza straniera è utile, abbiamo lavorato molto per recuperare clientela straniera, ma è la clientela stanziale nazionale a garantire il sostegno della portualità italiana”.

I CANONI DEMANIALI

A soffocare ulteriormente la portualità italiana, oltre alla crisi, c’è il contenzioso per i canoni demaniali. “La maggior parte dei porti turistici italiani – spiega il presidente di Assomarinas – si stanno battendo allo spasimo nelle aule di giustizia. Molti porti sono stati realizzati in project financing, con canoni precisi definiti intorno agli anni 2000. Nel 2017 lo Stato ha preteso di applicare un nuovo canone a concessioni già vincolate da un canone predefinito”.

L’aumento esponenziale ha costretto i porti ad aprire cause e contenziosi, arrivati al Tar e al Consiglio di Stato. I porti turistici italiani sono estremamente affaticati da questo contenzioso. Si era quasi raggiunta una soluzione con la legge di bilancio, ma poi non si è arrivati a un accordo. Abbiamo già lanciato l’appello al nascente Governo: o si risolve questa vicenda o siamo totalmente paralizzati e non sappiamo cosa succederà in futuro”.

 

Giuseppe Orrù

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