Susy Beyer racconta la sua Mini Transat. L'intervista esclusiva di Liguria Nautica

In occasione dell’Assemblea della Classe Mini 650 Italiana, svoltasi domenica presso la Scuola di Mare Beppe Croce dello Yacht Club Italiano, abbiamo chiacchierato con la prima degli italiani ad aver tagliato quest’anno il traguardo della Charente- Maritime Bahia 2011.

30 Novembre 2011 | di Redazione Liguria Nautica

Le “voci di pontile” dicono che l’ambiente dei Mini 650 sia speciale e unico rispetto a quello che si trova nelle altre categorie di barche: è come una famiglia. E non una famiglia nell’accezione patriarcale del termine, ma in quella più “vera”, di insieme di persone, amici, che si danno una mano nelle difficoltà, che si supportano a vicenda. E a sentire i racconti dellambiente pre partenza della Mini Transat, regata in solitario che vede 84 navigatori partire dalle coste francesi deLa Rochelleed arrivare a Salvador de Bahia, questo spirito di fratellanza è molto forte. Domenica presso la Scuoladi Mare Beppe Croce, sede del nuovo centro di allenamento alla vela d’altura italiana, si è svolta l’Assemblea annuale della Classe Mini; quando arriva Susy Beyer (c’era anche Simone Gesi, solo altro italiano ad arrivare a Bahia n.d.r), che ha corso sotto l’egida dello YCI ed è arrivata 23°, facendo il risultato migliore fra gli 8 italiani in gara quest’anno, tutti quelli che il Sogno di attraversare l’Atlantico lo devono ancora realizzare, la accolgono con sorrisi e mille domande e i suoi racconti trasportano tutti in mezzo all’Oceano.

 

Ecco cosa le abbiamo chiesto noi di Liguria Nautica:

” Qual è stato il momento più bello che hai vissuto in mare? Ed il più brutto?”

SB:  Non c’è un momento singolo in particolare che mi ricordo, ma ho un bellissimo ricordo delle tre ore prima del via a La Rochelle.Ero in mare, si aspettava che tutti gli 84 Mini uscissero dal Porto e io ho rivissuto tutto gli anni ed il lavoro che avevo fatto per arrivare ad essere lì in quel momento. A La Rochellesono venuti tantissimi miei amici a fare il tifo e salutarmi dal ponte levatoio da cui ogni Mini esce in mare, dopo essere stato presentato.

Il momento più brutto, invece, è stato il 23 Ottobre, decimo giorno di regata della seconda tappa, quando anche il secondo pilota automatico si è rotto, obbligandomi a stare alla barra ininterrottamente fino al mio arrivo a Bahia. E anche i successivi giorni non sono stati piacevoli, anzi sono stati proprio terribili. Dovevo arrivare in Brasile, l’opzione di fermarmi in Africa o tornare su a Capo Verde non era contemplata, per moltissime ragioni. Stavo alla barra sempre, se ero di poppa tiravo giù le vele, se ero di bolina bloccavo la barra e per 10 – 15 minuti mi addormentavo. La privazione del sonno è la cosa peggiore: non ti fidi più di te, non ti ricordi cosa hai fatto due minuti prima. Io ho inventato il sistema di farmi una lista di tutte le cose che dovevo fare nel quarto d’ora da cui mi staccavo dalla barra: mangiare, prendere gli integratori, fare il punto nave, riempire la bottiglia d’acqua, etc. Solo così ero sicura di non dimenticarmi niente.

 

“In quei lunghi e faticosi giorni dopo la rottura del secondo pilota, quali erano i tuoi pensieri per vincere la stanchezza, la paura?”

SB: Io non ho mai pensato “chi me l’ha fatto fare, perché sono qui in mezzo?!” In quei giorni così duri io ero proiettata interamente nel dopo, cosa avrei fatto una volta arrivata a Bahia. Visualizzavo la mia famiglia, i miei amici, il buon cibo che avrei mangiato, le passeggiate in montagne che avrei fatto. Non ho mai neppure un momento pensato “non ce la faccio”.

 

“La tua barca Penelope è stata forse l’unica ad arrivare integra a Bahia, senza aver subito avarie strutturali: pensi sia perché era più solida, perché tu l’hai preservata meglio…?”

SB: Innanzitutto ho avuto fortuna! Certo, dopo aver avuto il serio problema del timone, non potevo permettermi di perdere o rompere nient’altro. Dal 18 ottobre, giorno in cui si è rotto il primo pilota, quello elettronico, per me è finita la regata, non mi sentivo più in gara, quindi forse ero più prudente degli altri…  Poi, certo, Penelope era molto preparata! Nei tre anni di preparazione alla Mini Transat, Guido Broggi (uno degli storici membri degli equipaggi di Giovanni Soldini n.d.r), con cui ho regatato per tre stagioni, mi ha aiutata moltissimo, e anche Tommaso Stella (impegnato in queste settimane nella Transat Jaques Vabre insieme ad Andrea Fantini, sul loro Class 40 Hip Eco Blue n.d.r) nell’ultimo mese a La Rochelleprima della partenza mi ha dato una grossa mano. Penelope era super pronta a partire, gli sponsor sono stati generosi con vele, cime etc e avevo i materiali migliori. L’elettronica, purtroppo è stato il buco nero di tutte le mie finanze.

 

“Ultima domanda classica: il bilancio di questa regata e i prossimi progetti?”

SB: Penelope è in vendita, ed ho già ricevuto moltissime offerte, quindi credo che, purtroppo e per fortuna, ci separeremo presto. Ho moltissima voglia di tornare in acqua e regatare, anche in doppio ed in equipaggio, per condividere ed imparare sempre di più. Vorrei continuare con le regate oceaniche, ma in Italia è difficile… vedremo!

Il mio bilancio della Charente Maritime-Bahia? Dal punto di vista sportivo, non posso dire di essere soddisfatta. Soprattutto perché all’inizio della regata io e Penelope andavamo forte, eravamo nel gruppo di testa, quindi come ho detto per me la regata è finita quando ho rotto il pilota automatico. Il bilancio del percorso che mi ha portato ad attraversare da sola un Oceano ed arrivare in Brasile, invece, è ovviamente positivo: è stata un’avventura umana incredibile, che mi ha insegnato moltissimo. È stata una traversata durissima, all’arrivo ero devastata, ma ho dimostrato a me stessa di farcela anche in momenti molto difficili, tirando fuori una disciplina ferrea…che a terra non ho!

 

 

Francesca Pradelli

 

 

 

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