Ucina contro la revoca delle concessioni ai porti turistici: rischio collasso dell’intero comparto

I primi a cadere sono il Marina Piccola e il Marina di Cattolica. Ma corrono lo stesso rischio altre 22 società e i loro 2.225 addetti

27 Ottobre 2019 | di Manuela Sciandra
Saverio Cecchi
Saverio Cecchi

Nonostante le numerose sentenze favorevoli ai porti turistici italiani dei Tribunali Civili, delle Corti di Appello, dei TAR, del Consiglio di Stato e della Corte Costituzionale in merito all’applicazione retroattiva dell’aumento dei canoni demaniali, nulla sembra fermare le pretese della pubblica amministrazione (Agenzia delle Entrate) di fare cassa a tutti i costi a spese del comparto.

Un atteggiamento che mette a rischio tanti posti di lavoro, senza contare la perdita degli introiti versati all’erario da 24 porti turistici, che costituiscono un importante indotto sui territori e la cui mancanza provocherà un serio danno (non soltanto d’immagine) alla ricettività turistica di tutto il Paese. E ora si aggiunge la revoca delle concessioni, che colpisce le prime due società.

“Abbiamo bussato a tutte le porte – denuncia con forza alla stampa Saverio Cecchi, presidente di Ucina Confindustria Nautica, dopo aver provato senza successo a risolvere il problema per vie istituzionali – tutti gli uffici dei ministeri interessati hanno sui loro tavoli questo dossier, da anni. Ho scritto al ministro Gualtieri appena insediato ma non ho ancora avuto una risposta. Secondo il mandato unanime degli organi direttivi di Ucina, riteniamo doveroso opporci con ogni mezzo di fronte a una vera e propria ‘esecuzione’ a opera degli organi amministrativi dello Stato. Se per farlo sarà necessario adottare azioni anche eclatanti, non ci tireremo indietro”.

La vicenda, ben nota a tutti gli addetti ai lavori, riguarda il contenzioso risalente al 2007 tra 24 porti turistici italiani e lo Stato per l’applicazione dall’art. 1, comma 252, legge n. 296 del 27 dicembre 2006 (Finanziaria 2007) che ha modificato, dal 1 gennaio 2007, i canoni annuali per le concessioni demaniali delle strutture della nautica da diporto, con aumenti fino a 5/8 volte i canoni fissati all’atto di firma della concessione stessa, applicando retroattivamente il meccanismo di calcolo previsto per le spiagge (anche se, in quest’ultimo caso, previsto per importi e investimenti decine di volte inferiori).

Già in data 2 dicembre 2008, la Sezione centrale di controllo delle amministrazioni dello Stato della Corte dei Conti aveva evidenziato come il piano finanziario del concessionario che ha realizzato la struttura turistico ricettiva fosse un elemento essenziale del contratto di concessione e quindi come un aumento indiscriminato del canone originario rappresentasse una modifica del contratto a danno dei diritti del concessionario. La Corte dei Conti aveva inoltre sottolineato come l’aumento dei canoni fosse sproporzionato rispetto all’ipotizzato vantaggio per l’erario, sia in termini di contenzioso, sia in termini di possibili risultati economici.

A seguito di numerose pronunce favorevoli ai porti da parte di diversi TAR, la querelle è così giunta davanti alla Corte Costituzionale che, con la sentenza n. 29 del 27.1.2017, ha stabilito come l’aumento dei canoni sia possibile (e quindi legittimo) ma vada esclusa l’applicabilità dei nuovi criteri alle concessioni non ancora scadute, che prevedano la realizzazione di impianti ed infrastrutture da parte del concessionario, ivi incluse quelle rilasciate prima del 2007 (paragrafo 5.7).

La Corte Costituzionale ha inoltre precisato che gli aumenti “risultano applicabili soltanto a quelle concessioni che già appartengano allo Stato e che già possiedano la qualità di beni demaniali. Nelle concessioni di opere da realizzare a cura del concessionario, ciò può avvenire solo al termine della concessione, e non già nel corso della medesima”.

Tuttavia, nonostante le sentenze emesse, l’amministrazione dello Stato ha proceduto comunque all’emissione delle cartelle esattoriali e al blocco dei conti correnti dei porti. Non solo ma è proprio a questo punto che lo Stato ha giocato la carta della ritorsione, sotto forma di revoca delle concessioni alle società, la cui unica colpa è aver resistito e vinto i ricorsi.

I primi a cadere sono il Marina Piccola s.r.l. e il Marina di Cattolica s.r.l. ma corrono lo stesso rischio altre 22 società e i loro 2.225 addetti, tra quelli diretti e quelli impiegati nelle attività commerciali delle strutture. E il paradosso di questa situazione è che il primo a rimetterci sarà proprio l’erario, perché perderà anche i canoni ordinari e il gettito fiscale (Irpef e Irpeg) generato dai porti.

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