Breve diario di bordo in ricordo di Tullio Abbate: il nostro addio ad una leggenda della nautica mondiale

Tullio Abbate ha lasciato un grande vuoto nell’ambiente della nautica mondiale

14 Aprile 2020 | di Andrea Bergamini

“Il Tullio”. Lo chiamavano tutti così, con quel caratteristico intercalare tipico del dialetto lombardo che vuole l’articolo davanti al nome di battesimo. Tullio Abbate, lo dico senza retorica, ha lasciato un grande vuoto nell’ambiente della nautica mondiale. Ha rappresentato, come pilota e come costruttore, uno status symbol delle gare motonautiche per moltissimi anni e, perché no, è stato altresì protagonista del fascinoso ambiente “glamour” legato al mondo delle competizioni offshore.

In questi giorni ho letto molteplici articoli che lo hanno ritratto, ricordandone la storia personale e hanno descritto la sua vita come ricca di avventure e carisma. Dai titoli conquistati nelle gare motonautiche ai tanti aneddoti che hanno contraddistinto i suoi rapporti interpersonali, fino alle amicizie con personaggi famosi, per i quali ha realizzato imbarcazioni veloci e fantastiche: piloti di Formula1, attori, campioni del calcio e del tennis.

È per questo motivo che, in queste righe, non vorrei ripercorrere le orme di altri giornalisti che mi hanno preceduto ma ricordare, attraverso scampoli di vita seppur brevi, le esperienze personali condivise con lui. Occasioni di incontro che, sebbene nella loro fugacità, ne hanno disegnato un quadro indelebile.

Il mio rapporto con Tullio Abbate inizia a “sua insaputa”. Sì, proprio così. Essendo, fin da adolescente, appassionato di mare e di scafi veloci, sopra la scrivania avevo un poster che raffigurava uno dei suoi monocarena offshore in volo sulle onde e una foto che lo ritraeva in tuta da pilota insieme al compianto Stefano Casiraghi. Mai e poi mai avrei immaginato, dopo tanti anni, di trovarmi a competere “contro” di lui su un campo di gara.

Lo conobbi, quindi, dapprima come pilota, come “avversario” durante le gare del Campionato del Mondo Powerboat P1, al quale anch’egli prendeva parte. Il monocarena con il quale partecipava al campionato portava un nome già di per sé indicativo: si trattava del “Mito 42“, la barca che Tullio aveva disegnato qualche anno prima per Ayrton Senna. Stessa carena velocissima e coperta affusolata, modificata ad hoc per rendere lo scafo leggero e competitivo nelle gare offshore. Un siluro.

Prima di ogni gara si consultava spesso con il team e i suoi piloti. A dispetto della sua fama, lo ricordo guascone, estroverso, sincero. Prima di indossare il casco si mostrava amichevole e compagnone con gli “avversari”, poi in gara, abbassata la visiera, come tutti noi piloti tirava giù la manetta e non faceva sconti a nessuno.

Si distingueva anche umanamente. Ricordo che a Trieste, durante una tappa italiana del Mondiale P1, ci fu un drammatico incidente: in piena velocità, un “CUV” si avvitò su se stesso e sbalzò violentemente in acqua i piloti, uno dei quali si infortunò in modo molto grave. Si sfiorò il dramma. La gara fu sospesa. Lui fu uno dei primi, in banchina, a prestare soccorso, preoccupandosi delle condizioni fisiche del pilota.

Negli anni a seguire, per via del mio lavoro di giornalista nautico e tester di imbarcazioni veloci, ebbi modo di apprezzarlo da vicino anche come costruttore e imprenditore. Durante i test delle sue barche, faticavo non poco a farmi raccontare i segreti delle sue carene. Alle mie domande interessate, rispondeva guardandomi con quel sorriso vagamente ironico, consapevole di aver realizzato ancora una volta uno scafo unico. Poi, alla fine, riuscivo sempre a estorcergli qualche piccola “confidenza” tecnica.

È sempre rimasto fedele alle sue convinzioni. Le linee d’acqua delle sue carene hanno fatto storia. Nel corso degli anni sono state magari leggermente modificate, ritoccate, perfezionate con l’introduzione, in alcuni suoi modelli di carena a V, degli step per incrementarne le performance, ma mai stravolte.

Anche le forme dell’opera morta dei suoi velocissimi fast-commuter da diporto, tanto apprezzati dagli armatori che della velocità hanno sempre fatto uno stile di vita, salvaguardano lo slancio curvilineo delle linee di coperta, concedendo poco all’estremizzazione imposta dalle mode contemporanee. È per questo che le “sue” barche conservano nelle forme una sinuosità che le rende uniche. Il loro fascino risulta immutato e quasi romantico. Un distacco netto dal design forzatamente “futuristico” di altri cantieri.

L’ultima volta lo incontrai nella sua “tana”, davanti al cantiere sul lago di Como, per provare un altro dei suoi giocattoli veloci, un modello realizzato solo per correre. Dopo esserci calati nel cockpit ed aver indossato entrambi caschi, giubbotti salvagente e stacco di sicurezza, si sistemò ai comandi e, dopo alcuni secondi a tutta velocità, mi mostrò come si pilotava la sua ultima creazione. Prese per primo i comandi non per mancanza di fiducia nei miei confronti ma per mostrarmi la tecnica di pilotaggio per domare il suo purosangue di razza limitando i rischi. Anche in quell’occasione imparai qualcosa. Buon vento Tullio!

 

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