50 anni fa il naufragio della London Valour a Genova. LN intervista il comandante Aldo Baffo, tra i primi a prestare soccorso

Il 9 aprile 1970 la London Valour urtò la diga del porto di Genova. "Ho un ricordo indelebile", racconta Baffo, poi insignito della medaglia d'argento di Benemerenza Marinara

9 Aprile 2020 | di Giorgio Baffo

“E la radio di bordo è una sfera di cristallo, dice che il vento si farà lupo e il mare si farà sciacallo”, scriveva il cantore Fabrizio De Andrè otto anni dopo il naufragio della London Valour, che arrestò le lancette del porto di Genova in una giornata in cui i cinguettii delle rondini e lo sfrecciare delle pilotine la avevano fatta fino a quel momento da padrone.

Nello scrivere le sue opere il poeta genovese si serviva della musica per raccontare l’uomo e la vita, prendendo spesso come riferimento fatti storici proprio come la tragedia che si consumò all’imboccatura dello scalo portuale un giovedì pomeriggio di aprile.

Oggi, passati esattamente 50 anni da quella terribile giornata che ha segnato per sempre la vita dei familiari delle vittime e di chi soccorse l’equipaggio della nave battente bandiera inglese, abbiamo avuto il piacere di scambiare due chiacchiere con uno degli eroi che quel pomeriggio sfidò l’ira del Mar Ligure per portare in salvo più persone possibili.

Sono passati 50 anni ma ho ancora un ricordo indelebile di quel giorno, noi piloti avevamo lavorato normalmente di mattina, poi verso le 13 sono cominciate improvvise raffiche di libeccio: si trattava di una delle famose ‘Genoa low’ che ogni tanto capitano nel golfo di Genova, spiega con la voce rotta dall’emozione il comandante Aldo Baffo, tra i primi a prestare soccorso ai naufraghi in qualità di pilota del porto di Genova.

Baffo è stato poi insignito della medaglia d’argento di Benemerenza Marinara per aver partecipato “per oltre sei ore, in condizioni atmosferiche avverse, al salvataggio dei naufraghi della London Valour. Dimostrava nell’occasione – si spiega nelle motivazioni – alto senso di altruismo e molta capacità marinaresca”.

Erano diverse le navi che quel giorno attendevano il proprio turno per ormeggiare in banchina, tutte alla fonda a diverse miglia da un’imboccatura assai differente rispetto a quella che i genovesi sono abituati a vedere oggi giorno (la diga foranea era il Duca di Galliera, il molo sotto flutto era l’Umberto Cagni, della Fiera del mare vi era solo una scogliera di un centinaio di metri).

La London Valour era tra queste, più a ridosso della diga foranea e più a levante di tutti gli altri colossi galleggianti. Viste le continue raffiche di vento che passarono rapidamente da 28 a 45 nodi, Baffo e il comandante Santagata, suo collega dell’epoca, decisero di far salpare le navi ancorate non senza difficoltà.

“A quei tempi – sottolinea Baffo – quasi nessuna nave aveva il Vhf, quindi mentre il comandante Santagata avvisava l’Ufficio Marittimo del Consorzio di quello che stava capitando, io telefonavo al semaforo affinché con i lampi di luce facesse salpare le navi. Tutte hanno incominciato a farlo, ho guardato con il binocolo sul ponte della London Valour ma non c’era nessuno”.

“Improvvisamente – prosegue il comandante – abbiamo visto che, invece di mettere la prua al mare, la nave si traversava completamente, allora uscimmo con la pilotina ‘Teti‘  per vedere se si poteva andare a fare qualcosa“. Era l’inizio di quella che da lì a poco sarebbe diventata una delle più dolorose ferite del mondo portuale genovese.

Arrivata da Novorossijsk il 7 aprile con un carico di 23.600 tonnellate di minerale di ferro, la London Valour urtò la scogliera spezzandosi due giorni più tardi: questo portò alla fuoriuscita di una parte del carico e del combustibile, che avvolse i naufraghi caduti in acqua rendendo ancora più difficoltoso il loro recupero.

Baffo e Santagata, che assistettero alla drammatica scena assieme al timoniere Barone e al motorista Fanciulli, non potevano, con il fondamentale aiuto della Capitaneria di porto, degli altri piloti (tra tra cui i comandanti Tanlongo e Ragazzi), della Guardia di Finanza, degli ormeggiatori e dei rimorchiatori, far altro che salvare più persone possibili.

Infatti, “una volta arrivati vicino alla nave, ci siamo accorti che non c’era più nulla da fare: era ormai traversata”, ricorda amareggiato l’ex capo pilota. “Via via che Santagata dava l’allarme i soccorsi affluivano – racconta ancora Baffo – tra il fanale rosso (visibile nella foto, ndr) e il ponte di comando della nave era stata installata una sorta di teleferica, cosa che ha permesso a diverse persone di salvarsi”. 

Il fanale rosso della diga foranea del porto di Genova, poi allungata nel corso degli anni

La storia ci ha poi insegnato che non tutti i componenti dell’equipaggio riuscirono a ritornare dai propri cari, compreso Edward Muir, il comandante della nave, che si lanciò in mare nel tentativo disperato di salvare la consorte Dorothy. Ben 20 naufraghi persero la vita in quella drammatica tragedia e 14 rimasero feriti.

In moltissimi, vedendo la “Teti” a 50 metri di distanza, gridarono “Help! Help!”, ma non era possibile trarre in salvo tutti. “Però, con l’orgoglio di un uomo di mare genovese, tengo a dire che tutto il possibile fu fatto per salvarli, sospira Baffo guardando dal proprio terrazzo quel fanale rosso che ancora oggi dà il benvenuto alle migliaia di navi che ogni anno entrano nel porto dell’antica Repubblica marinara.

A causare una delle peggiori sciagure portuali della storia di Genova, anche la mancata tenuta dell’ancora. “Ci siamo tutti meravigliati – afferma il comandante – di come questa nave si fosse rapidamente traversata al mare e al vento, mentre le altre erano con la prua al mare e si sono tutte salvate. Quando i demolitori hanno salpato l’ancora, si sono accorti che, per una fatalità pazzesca, era andata a finire su un cavo d’acciaio abbandonato, quindi le marre non potevano mordere il fondo ma strisciavano su questo cavo come se fosse una rotaia e, non potendo mettere la prora al mare, la nave non ebbe scampo”.

Nella tragedia è però necessario sottolineare come l’equipaggio della nave, di proprietà della “London & Overseas Freighters”, sia stato per certi versi fortunato. In 38, infatti, furono salvati, “perché la London Valour era costruita con la tecnica navale di quei tempi: ponte di comando al centro, macchina ed equipaggio a poppa. La loro fortuna è stata che la nave, essendo scivolata, ha scapolato il molo”, sottolinea, indicando la parte di molo che distrusse, l’unico superstite dell’equipaggio della pilotina Teti.

Il comandante Aldo Baffo mentre osserva il punto in cui scivolò la London Valour

Aldo Baffo ogni giorno prende ancora in mano il suo binocolo per osservare i movimenti del porto. Cinquanta anni sono passati ma il faro è sempre lo stesso, la memoria non tradisce e le onde di quella giornata sono scolpite nei suoi ricordi. Adesso regna il silenzio, il binocolo guarda lì, nel punto in cui mezzo secolo prima rischiò anche lui la propria vita per mettere in salvo quante più persone possibili.

I cinguettii delle rondini almeno oggi non lasciano spazio alla tempesta, quella stessa che il 9 aprile del 1970 preoccupò la moglie Maria Adelaide e i figli Stefano e Umberto (anch’esso pilota), all’epoca spettatori inermi della tragedia della London Valour, del mare in tempesta e di un un marito e un padre che, profondamente innamorato del suo lavoro, non si arrese davanti al grido disperato della gente. D’altronde il buon comandante si riconosce nelle tempeste. E Baffo, girando il mondo, non ha mai visto le onde arrendersi, forse anche per questo ama il mare.

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