Disastro ambientale nel Mar Cinese Meridionale: la Cina uccide pesci e coralli per costruire basi militari

La Cina si contende con Vietnam e Taiwan la zona di mare che circonda l'arcipelago delle Spratly Island, appartenente alle Filippine. E per ottenere la supremazia territoriale non esista a distruggere un intero ecosistema

5 Maggio 2016 | di Redazione Liguria Nautica

Sono anni ormai che la Cina è in conflitto con Vietnam, Taiwan, Filippine, sultanato del Brunei e Malaysia per il possesso degli arcipelaghi Paracels e Spratly, situati nel Mar Cinese Meridionale, e non sembra minimamente intenzionata a tirarsi indietro dalla disputa, anche se questo significa ricorrere a mezzi estremi per ottenere quello che vuole.

Risulta infatti che la Cina abbia approfittato di un permesso datole dall’Unesco nel 1987, che prevedeva la costruzione di una stazione oceanografica, per costruire intere isole artificiali versando colate di cemento su alcune delle più belle barriere coralline al mondo. Queste “terre emerse” sono state progettate, a discapito dell’ambiente marino, per ospitare basi militari allo scopo di consolidare la presenza cinese nell’area.

Il Fiery Reef, fino al 2009, era una barriera corallina dalla particolare forma ad anello; oggi, purtroppo, non esiste più. E’ stato distrutto dal cemento e al suo posto si possono “ammirare” una pista d’atterraggio lunga 3 chilometri e una zona portuale da 630mila metri quadrati che può ospitare carri armati e numerose truppe di superficie.

Il Suby Reef, sebbene in mano cinese fin dal 1997, fino al 2010 non aveva altro al di fuori di una pista d’atterraggio e alcune baracche, mentre ora le foto satellitari mostrano solamente una spianata di sabbia e cemento.

Ma perché queste zone sono così ambite? I motivi sono diversi, ma tutti risalgono alle loro posizioni geografiche favorevoli.

Secondo la U.S. Energy Information Administration (EIA) intorno alle isole Paracels e Spratly, rivendicate da ciascuno Stato come zone economico esclusive (ZEE), ci sono risorse di petrolio e gas, tutt’ora poco sfruttate, superiori al totale di quelle della Cina e al triplo di quelle del Kuwait per gas convenzionale, e superiori a quelle di tutta l’Asia Meridionale per gas non convenzionale. Inoltre, i banchi di pesci di quei tratti di mare sono tra i più fruttuosi al mondo, pertanto, chi riuscisse a ottenere il controllo di quelle zone si approprierebbe anche di un’ingente fonte di guadagno proveniente dal mercato ittico.

Non sorprende, dunque, che la tensione tra i sei diversi paesi resti alta. Quasi a rischio di esplosione. Nel 2014 due navi filippine vengono cacciate a forza dalle isole Spratly e qualche tempo dopo, una nave vietnamita viene affondata da una cinese che stava cercando di trivellare una riserva di petrolio contesa tra i due paesi.

La vera vittima, comunque, rimane sempre l’ambiente che paga il prezzo dell’avidità umana. Secondo Gregory Poling, direttore dell’Asian Maritime Transparency Initiative (ASMTI) di Washington, quello che la Cina ha fatto è la peggior distruzione di coralli di sempre da parte dell’uomo. Inoltre, secondo un’organizzazione no profit filippina, la Kalayaan ATIN ITO, navi cinesi verserebbero regolarmente in mare sostanze chimiche che uccidono i coralli e le specie marine della zona. In particolare, si sarebbero accanite nell’area intorno a Pag-asa Island, isoletta dell’arcipelago delle Spratly situata nel Mare delle Filippine Occidentale, che è l’unica ad essere abitata da filippini. Lo scopo della Cina è costringere i pochi abitanti, tutti pescatori che di pesce vivono, ad abbandonare la propria terra, in modo da occuparla facilmente una volta libera.

Chiara Biffoni

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