La crisi della pesca in Italia. La nostra inchiesta – 1a Parte

Come sta la pesca in Italia? Perché il costo del pesce "nostrano" è poco competitivo? Andiamo a vedere come si sta allargando la crisi di quest'importante attività economica, tra specie in crisi e regolamenti confusi o poco efficaci

18 Ottobre 2016 | di Redazione Liguria Nautica
Il pescato sui nostri mercati

La pesca è stata storicamente un’attività rilevante, dal punto di vista economico e commerciale, nel mar Mediterraneo. Le principali regioni italiane a essere interessate dall’attività della pesca sono la Sicilia (dove i pescherecci che attraccano hanno una stazza lorda totale maggiore rispetto a quella raggiunta in tutte le altre), il Veneto, le Marche, la Puglia e l’Abruzzo. I porti pescherecci italiani sono ben 35, a dimostrazione del valore che quest’attività ha, e ha avuto, nei nostri mari. Le politiche del Governo italiano, però, non tutelano la pesca come dovrebbero.

La crisi della pesca in Italia: fauna a rischio e concorrenza internazionale

Un’attività economica rilevante è solitamente oggetto, da parte del Governo, di una politica che la preservi, in Italia ciò spesso è avvenuto in maniera confusa e poco puntuale.Le norme per esempio sui fermi biologici pesso sono basate su una conoscenza approssimativa della specie e non sempre coincidono con i periodi riproduttivi del pesce in oggetto.

Non solo, infatti, mancano nel nostro Paese (ma anche nel resto d’Europa) delle norme che ne regolamentino a pieno le pratiche, in modo che le riserve ittiche non si impoveriscano. L’Italia ha anche deciso, con il trattato di Caen, di cedere alla Francia aree di mare piuttosto pescose, popolate da specie pregiate come i gamberoni rossi e i pesci spada. I super tecnologici pescherecci giapponesi, inoltre, facevano razzia, nel Mediterraneo, di tonno rosso, fino a quando l’Europarlamento non ha approvato, a inizio anno, l’emendamento proposto dall’alleanza dei Socialisti e dei Democratici (S&D) per la redistribuzione delle quote di pesca di questa specie. Si tratta di una piccola vittoria, per i pescherecci italiani, che hanno visto cedere alla Francia le zone più pescose. E, come se non bastasse, la fauna del mar Mediterraneo è a rischio di estinzione.

Pesce spada nostrano sui nostri mercati

Pesce spada locale sui nostri mercati

Lo stato di salute del Mar Mediterraneo: allarme pesce spada

I pesci nel mar Mediterraneo sono sempre meno. Legambiente rende noto che, secondo gli ultimi studi dell’Unione Europea, ben il 96% degli stock ittici del Mediterraneo subisce una pressione di pesca tre volte superiore rispetto al livello sostenibile. Se si stimano, però, le catture illegali, il livello di pesca potrebbe essere il 50% più alto rispetto a quanto dichiarato. Il pesce spada è la specie più a rischio: negli ultimi 30 anni la popolazione è diminuita del 70% e il 70% dei pesci catturati è sotto taglia tanto che sembra ormai conreta la strada che porterà alle “quote spada”. Anche il tonno rosso rischia di estinguersi ma le “quote tonno” introdote nel 2006, sia pur in maniera molto controversa e a volte iniqua per la distribuzione delle stesse quote, stanno dando qualche risultato.

 

La pesca è un'attività tradizionalmente importante nel MediterraneoLa polemica sul trattato di Caen

Il Governo italiano non si è preoccupato di promuovere una politica interna, o incentivarne una europea, che proteggesse la pesca nel Mediterraneo. Al contrario, ha giocato un brutto scherzo alla flotta dei pescherecci: il Ministro degli Esteri Gentiloni ha firmato, il 21 marzo 2015, il trattato di Caen. Liguria Nautica ha già affrontato la questione, raccontando gli incresciosi incidenti che sono derivati dal ritardo nella ratifica dell’accordo da parte dell’Italia. Le regioni, Liguria in testa, hanno protestato contro il trattato di Caen. A far discutere è soprattutto l’articolo 4, dal quale nasce il sospetto che l’Italia voglia strizzare l’occhio alle estrazioni di gas e di petrolio nei suoi mari. È quanto sostiene anche Greenpeace, nel suo dossier #Dismettiamole.

Notizie dalle pescherie

Noi di Liguria Nautica abbiamo fatto un giro per le pescherie del centro di Genova, per farci un’idea dei prezzi e della provenienza dei prodotti venduti. Poi, abbiamo incrociato, per ulteriore verifica, i dati raccolti con quelli forniti dal sito web del Sistema Informativo Pesca e Acquacoltura (SISP), che raccoglie i prezzi dei mercati del pesce (sia della piccola, sia della grande distribuzione, noi abbiamo ovviamente considerato i primi). Dai dati emergono delle curiosità interessanti. Oltre a notare che i negozi di Genova hanno dei prezzi che si assestano sulla media nazionale massima, abbiamo anche notato che non sempre i pesci che arrivano dall’Italia sono i più economici, anzi. Prendiamo ad esempio il branzino pescato lungo le nostre coste, il suo prezzo può tranquillamente superare i 30 euro al chilogrammo. La spigola pescata che arriva dall’estero costa in media 5 euro in meno. Il rapporto aumenta se si considera il prodotto d’allevamento: il suo costo in Liguria si aggira intorno ai 12 euro al chilo (media nazionale, che va dai 9 ai 12 euro al chilo) Può essere più economico quello che arriva dall’Atlantico, con un prezzo medio minimo di 4 euro al chilo.

Il discorso non cambia per le sogliole: quelle che vengono dall’Atlantico hanno un costo che va dai 20 ai 26 euro al chilo, almeno qui nella Superba. La media nazionale per le sogliole atlantiche è un po’ più bassa, con un minimo di 18 e un massimo di 26 euro al chilo. Le sogliole del Mediterraneo e quelle nostrane possono arrivare a costare fino a 35 euro al chilo.

I pesci locali più comuni in Liguria sono gli sgombri, le triglie, le ombrine, le orate (con un prezzo più o meno equivalente a quelli di provenienza estera), i saraghi, le lampughe, i calamari (più economici di quelli di provenienza estera), i totani e soprattutto le acciughe che in Italia hanno una media dai 2 ai 6 euro al chilo e in Liguria si assestano sul vertice alto della forbice. L’acciuga resta uno dei tipici prodotti del mare italiano, e Mediterraneo in generale, e sui banchi regionali è facile trovare prodotti locali. La specie però viene attentamente monitorata perché sottoposta a un prelievo molto intenso.

Non si vedono facilmente gallinelle locali, anche se nel mar Mediterraneo se ne trovano in abbondanza. Quelle vendute vengono dall’oceano Atlantico e costano intorno ai 12 euro al chilo. Lo stesso discorso vale per il tonno e per i gamberi, che vengono sempre più spesso dall’Atlantico, e per il merluzzo, che arriva dall’oceano Pacifico o da altre regioni estere e che viene venduto a 15 euro al chilo, mentre il merluzzo italiano arriva fino a 25 euro. Insomma, alcuni pesci nostrani stanno sparendo dalle pescherie e il motivo va ricercato nell’alto prelievo e nella crisi del sistema pesca italiano regolamentato male e poco tutelato.

Ilaria Bucca

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2 commenti

  1. Narese ha detto:

    Hanno depauperato I nostri mari in un modo indecente con una pesca intensiva ed ora si lagnano.
    Se avesse avuto un minimo di rispetto per la fauna marina, questo non sarebbe successo. Basti pensare alle tonnare ed alle loro mattanze.
    Continuano purtroppo a farlo, ad esempio pescando a strascico anche sottocosta.
    Chi e’ cagion del suo male…

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