In Namibia la misteriosa costa dei relitti sommersi dalla sabbia

La Skeleton Coast in Namibia è un cimitero di navi naufragate in un deserto

Vi appassiona l’idea di visitare un relitto inesplorato ma non sapete immergervi come dei subacquei esperti? In questo caso, la vostra destinazione è la Skeleton Coast, in Namibia. In questo incredibile tratto di litorale atlantico che dal deserto del Namib scende fino al grande fiume Orange, giacciono centinaia e centinaia di relitti spiaggiati: carghi da trasporto, corvette militari, grossi mercantili, gloriose imbarcazioni a vela e non solo.

La Costa degli Scheletri è uno spettrale cimitero di navi semi coperte dal deserto, con le prue che ancora si ostinano ad emergere dalle dune, come se volessero continuare a navigare anche in quell’infinito mare di sabbia. Così come avviene per gli oceani, i relitti della Skeleton Coast non sono facili da trovare.

Se è vero che sono centinaia – non esiste tutt’oggi una stima più precisa – è anche vero che sono sparpagliati in un’area completamente desertica grande come la Sicilia e la Sardegna messe assieme. E come gli oceani celano i loro tesori nelle profondità più inaccessibili, anche la Skeleton Coast nasconde i suoi relitti coprendoli con la sua sabbia sino ad inghiottirli per sempre. 

La cosa che più sorprende i rarissimi viaggiatori che esplorano queste navi, è la loro distanza dalla costa. Non sono semplici relitti spiaggiati, con parti dello scafo ancora a mollo, come ne troviamo in tanti litorali del mondo. Molti di questi scafi distano dal mare anche 500 o 600 metri. In alcuni casi, anche chilometri. Quell’incredibile costa, infatti è soggetta ad uno stupefacente fenomeno di continuo ed inarrestabile avanzamento verso il mare. Il vento implacabile che batte su quei lidi, spinge le dune sabbiose verso l’oceano, sino a far loro colonizzare ampi tratti di quel mare tristemente famoso tra i naviganti per i suoi pericolosissimi e imprevedibili labirinti di banchi sottomarini.

In pochi anni, le navi finite nelle secche vengono spietatamente inglobate dal deserto creando l’effetto davvero straniante di relitti adagiati su un fondale sabbioso ma senza il mare sopra di loro. Una delle navi più famose della Costa degli Scheletri, la Eduard Bohlen, spiaggiata nel 1909, oggi si trova a circa mezzo chilometro dalla mare. E continua ad avanzare, lentamente ma inesorabilmente, verso il deserto.

La Skeleton Coast è un vero paradiso per le foche!

Perché questo tratto di costa sia così pericoloso, ce lo ha raccontato lo scrittore John Henry Marsh, autore di vari libri sui naufragi più famosi del mondo. E’ proprio Marsh che ha dato a questo litorale oceanico il nome di Skeleton Coast. Quest’area infatti è un concentrato di tutti i più grandi pericoli temuti dai naviganti: i banchi di secche in continua metamorfosi cui abbiamo già accennato, le grandi ondate causate dalla corrente del Benguela che batte perpendicolarmente su tutta la costa, i forti venti che portano imprevedibili e violente tempeste. In più, quando cala il vento, sulla Skeleton Coast scende il “cassimbo”, la fittissima nebbia oceanica che non ti permette di vedere due metri davanti a te.

Non c’è quindi da stupirsi che la costa degli Scheletri sia una autentica necropoli di navi. Non per niente i navigatori portoghesi segnavano nelle loro mappe questi luoghi come “as areias do Inferno”, le sabbie dell’Inferno. Pure i boscimani si guardavano bene dall’avvicinarsi a questa costa che chiamavano “la terra che Dio ha creato quella volta che era arrabbiato”. 

Tanto ostile per gli uomini e per le banche, la costa è invece un paradiso per le foche e tante specie di uccelli marini. Su questi lidi, mi sono imbattuto nella più grande colonia di foche che abbia mai visto in vita mia. Chilometri e chilometri di questi simpatici e puzzolentissimi animali, spaparanzati a prendere il sole, indifferenti alle mie gambe che cercavano di scavalcarli, e pigiati uno sull’altro come neanche i nostri bagnanti nelle riviere adriatiche. 

 

L’immagine del relitto della Eduard Bohlen è tratto da Wikimedia Commons @ Laika ac

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