RACCONTI DI MARE – La nave che affondò in un mare di stracci

Ci è pervenuto in redazione un bellissimo racconto di Claudio Marino che pubblichiamo integralmente: la vicenda è basata su fatti realmente accaduti. Fine ottocento, la costa della Liguria di ponente, un comandante che sembra proprio uno “Schettino ante-litteram”

Quella lettera sembrava le bruciasse le dita. L’aveva letta almeno una decina di volte per capire quello che le faceva scoppiare il cuore. Portava la data del 3 marzo 1892 e Domenico l’aveva spedita da Napoli. «Sto caricando balle di stracci – scriveva –  Poi dovremo fare scalo a Cagliari e, finalmente, a Genova. Rimarrò a bordo ancora una settimana ma dopo verrò a casa. Passerò il più possibile vicino alle Ratteghe il 7 aprile, penso verso mezzogiorno. Aspettami».

 

Quando le aveva parlato degli stracci, mesi prima, Anna si era molto stupita. «Credevo lo sapessi – le spiegò Domenico – Li stendono a terra negli uliveti e, marcendo, diventano un ottimo concime per gli alberi». Anna era troppo felice, Domenico arrivava a casa e, se avesse mantenuta la promessa, tra due mesi si sarebbero sposati. Lui era il comandante della “Londres Paris” anche se era giovane per quel compito, doveva ancora compiere trentacinque anni. Gli armatori della nave, i Parodi di Genova, lo avevano imbarcato non appena aveva completato gli studi al Nautico, era cresciuto sulle loro navi ed era diventato il comandante più giovane della compagnia. Ed Anna ne era molto orgogliosa.

 

Guardava il mare e l’orizzonte non appena ne aveva l’occasione pur sapendo che non avrebbe potuto vedere la nave. La “Londres-Paris” non sarebbe sicuramente passata lì davanti prima di due giorni e Anna, dalla sua casa lassù al Borgo Vecchio, l’avrebbe potuta avvistare con un anticipo che le avrebbe permesso di essere più vicina al suo Domenico.

 

La sera del 6 aprile decise di andare a dormire prima del solito: non voleva rischiare di essere ancora a letto mentre la nave sfilava sotto le Ratteghe. Non riuscì ad addormentarsi, sentì il campanile battere le ore anche dopo la mezzanotte, poi, finalmente, il sonno ebbe ragione della sua eccitazione. Il sole era appena sopra l’orizzonte che Anna era già in piedi.

 

Si affacciò alla finestra: era una giornata meravigliosa come soltanto aprile sapeva offrire, il mare era calmo e splendeva sotto il sole. Le condizioni migliori, pensò, perché la nave potesse avvicinarsi a terra. Sperava che passasse lentamente, avrebbero avuto più tempo per vedersi.  «La mia nave fa tranquillamente gli undici nodi – le aveva spiegato Domenico con orgoglio – ma, ad elica ferma, posso andare più piano». Lei non aveva capito molto ma non le importava. Si allontanò dal balcone, doveva decidere quale vestito indossare ma non aveva dubbi, doveva scegliere il più bello, quello della festa. Domenico l’avrebbe guardata con il binocolo.

 

Alle 10 non riuscì più a rimanere in casa, uscì dal portone nel vicolo e si avviò alla scalinata per scendere il più possibile vicino alle Ratteghe. Arrivò in un piccolo spiazzo a picco sul mare e decise di fermarsi lì. Il tempo sembrava essersi fermato ma erano le 11 quando avvistò un filo di fumo all’orizzonte. Quella nave andava verso Genova, non poteva essere la “Londres Paris”. Ma, ad un certo punto, si accorse che, invece, puntava a terra. Sì, poteva essere Domenico anzi, doveva essere lui. Vedeva la prua che spingeva una corona di spuma bianca ma non riusciva a leggere ancora il nome. Ma la nave era nera con una striscia rossa proprio come le aveva spiegato il suo uomo.

 

E, soprattutto, si avvicinava a vista d’occhio ma non aveva la prua verso Borgo Vecchio ma verso ponente. E, finalmente, Anna comprese: Domenico aveva deciso di sfilare proprio davanti a lei e, per questo, avrebbe dovuto virare per far vedere la fiancata sinistra. La grande nave nera era sempre più vicina tanto che riuscì a vedere il nome: Londres-Paris a grandi lettere bianche spiccava ai due lati della prua. Scrutò la tolda e lo vide: Domenico era sull’aletta di sinistra con una bella giacca blu da comandante e, con una mano, sventolava un fazzoletto rosso mentre teneva un binocolo con l’altra. Anna sollevò le braccia mentre lacrime di felicità le annebbiavano la vista. «Domenico! Domenico!» si sorprese a gridare mentre piangeva.

 

Il suo grido si infranse contro un rumore di ferraglia che la turbò. E neppure riuscì a capire se provenisse dalla nave che continuava a muoversi verso la sua sinistra mentre Domenico la guardava con il binocolo. La Londres-Paris rallentò e si inclinò vistosamente, vide il suo fidanzato correre sul ponte inclinato e scomparire all’interno della timoneria. Notò la prua spostarsi verso il largo mentre quel rumore sinistro ed inquietante continuava a stridere nelle sue orecchie e la nave era sempre più inclinata. «Possibile che abbia urtato uno scoglio? – si domandò Anna che, in pochi attimi era passata dall’eccitazione allo sgomento – No, no, non può affondare proprio adesso».

 

La nave, intanto, aveva virato e sembrava dirigersi verso il largo con la poppa rivolta a terra. Ma, ad un certo punto, si fermò di colpo. Anna cercò di capire la situazione: prima c’era stato l’urto contro il basso fondale passando davanti alle Ratteghe, poi Domenico aveva cercato di portare la nave verso il largo per evitare danni più gravi ma gli scogli, che si vedevano dal Borgo Vecchio nelle calme piatte di luglio, l’avevano definitivamente fermata.

 

La ciminiera assurdamente inclinata lasciava ancora andare un fumo nero, una scia immonda, pensò Anna. Si notava la poppa sprofondare sempre di più mentre dalla nave ferma veniva calata una sola scialuppa. Si vedevano uomini salire su quella barca, doveva essere l’equipaggio al completo altrimenti avrebbero messo in acqua anche l’altra scialuppa. Domenico aveva capito che la sua nave era persa e aveva dato l’ordine di abbandono. Sulla lancia carica di marinai diventati naufraghi misero i remi in mare e cominciarono ad allontanarsi dalla Londres Paris con la tolda ormai vicina all’acqua.

 

Si tranquillizzò quando vide Domenico a bordo della scialuppa che si dirigeva verso la spiaggia, l’approdo più vicino. Un’esplosione e poi un rombo la fecero sobbalzare e distolsero la sua vista dalla lancia: l’acqua aveva ormai circondato il fumaiolo che continuava ad eruttare quel denso fumo nero. La nave sembrava sussultare in una assurda agonia e, con un’ultima esplosione,  la Londres-Paris scomparve. Al suo posto, a pelo d’acqua c’era un tappeto colorato di stracci.

 

Da quel giorno lo scoglio che aveva fermato l’agonia di quella nave ebbe un nome: “Battistrasse” rimandava a quel carico di stracci e a quell’assurdo naufragio.

 

Claudio Marino

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