Stress, ansia e panico in immersione – parte 2

Come riconoscere gli stati d'animo alterati, in noi stessi e negli altri. E come porvi rimedio

Immersione senza ansia
Immergergiamoci sempre con la massima tranquillità

Nella puntata precedente abbiamo tracciato un bel campionario di tipiche situazioni d’ansia che ogni istruttore si sarà trovato ad ad affrontare nella sua carriera. Che fare in questi casi? L’appello alla logica – l’erogatore è a posto, la pinna ce l’hai in mano, la bombola è carica, i tempi e le profondità sono sempre quelli e ora te li scrivo sulla lavagnetta così non mi rompi più – è utile ma funziona solo fino ad un certo punto. L’ansia, se non rimossa, potrebbe trasferirsi da un problema ad un altro.

E’ importante quindi far star bene l’allievo, tranquillizzarlo e fargli capire che è assolutamente in grado di affrontare l’esperienza e, soprattutto, che stiamo andando a divertirci. Una soluzione è metterlo in coppia con un compagno particolarmente esperto, con l’aiuto istruttore o anche con lo stesso istruttore. Personalmente, in queste situazioni, ho trovato molto utile responsabilizzare la persona ansiosa, facendogli prima qualche complimento per la sua preparazione e, magari, affidandogli qualche compito, sia pure di secondaria importanza. “Mi tieni il filo d’Arianna agganciato al tuo gav? Così, se te lo chiedo, me lo dai. Ok? Grazie. So che posso contare su di te!”. 

Anche il contatto fisico, quando siamo in immersione, può essere utile. L’ansioso si calma se è preso per mano o se sente la vicinanza di un sub più esperto o di cui si fida. Ricordo una notturna in cui una allieva, che si immergeva per la prima volta al buio, respirava talmente forte che si era “fumata” mezza bombola in un quarto d’ora. E pinneggiavamo solo tra i dieci ed i quindici metri. Aveva gli occhi spiritati e sussultava ad ogni movimento, così, l’ho presa a braccetto per quasi tutta l’immersione. Alla fine si è calmata ed ha cominciato a divertirsi. Per fortuna, il suo fidanzato era un mio amico e pure un allievo istruttore, così ha capito la circostanza! L’importante, in casi come questi, è intervenire prima che l’ansia esploda nel panico.

Quando arriva l’attacco di panico infatti, non c’è più niente da fare. Il sub agisce irrazionalmente e diventa pericoloso per sé ed anche per gli altri. Tutte le sue azioni saranno finalizzate a fuggire da quella che lui ritiene una situazione insostenibile. Sputerà l’erogatore e si precipiterà verso la superficie pinneggiando alla massima velocità. Che è la prima cosa che, nei corsi subacquei, ti insegnano che non si deve mai, mai fare. L’effetto del panico è quello di trasformare una situazione di pericolo immaginario o comunque risolvibile, in un disastro.

E’ quindi importantissimo per chi si immerge riconoscere l’ansia e saperla gestire prima di precipitare in comportamenti pericolosi. Ma se è relativamente facile capire se il tuo allievo o il tuo compagno di immersione è in ansia, coma fare per riconoscere questo stato d’animo dentro di noi? Domanda questa che si aggancia a quella storica della filosofia. Conosciamo noi stessi?

Niente paura. Non mi addentrerò in discussioni filosofiche. Per gli scopi di questo articolo, basta conoscere noi stessi come subacquei. Per quanto siamo, o ci crediamo, esperti, ognuno di noi ha delle particolari situazioni che gli possono creare uno stato ansioso. C’è chi ha paura dei grossi animali e sbrocca se in lontananza appare uno squalo anche se sa bene che è assolutamente innocuo, chi non ama il buio e le notturne lo mettono  disagio, chi non va d’accordo con situazioni di scarsa visibilità.

Io, ad esempio, non ho problemi a fare immersioni nel blu profondo, ma, se costeggio una parete che scende a picco provo un senso di vertigine ad allontanarmi per più di 4 o 5 metri dalla scarpata. E’ normale. Nessuno è perfetto. Neanche un sub. L’importante è conoscere le nostre debolezze e sapere entro quali limiti possiamo gestirle. 

Nella prossima e conclusiva puntata, vedremo la “formula magica” per allontanare l’ansia! 

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