Un marinaio di nome Giuseppe Garibaldi – parte 2

L’eroe dei due mondi era un vero uomo di mare. Cesenatico lo celebrerà domenica 2 agosto con una grande festa in cielo, terra e acqua

Un ritratto di Giuseppe Garibaldi

Nel maggio del 1848 troviamo il nostro eroe dei due mondi a Roma, impegnato a difendere la neonata Repubblica da soverchianti forze nemiche. All’alba del 3 giugno, le truppe francesi comandate dal generale Victor Oudinot assalirono la Città Eterna. I patrioti riuscirono a resistere fino al 1 luglio, quando fu chiaro anche ai più ottimisti che la battaglia ormai era persa. Giuseppe Mazzini parlò all’Assemblea Costituente per spiegare che l’alternativa era tra la resa e la battaglia all’interno dell’Urbe con inevitabili saccheggi e conseguente distruzione del patrimonio storico e artistico.

L’Assemblea scelse la strada di una resa dignitosa ma Garibaldi, pur non contestando la decisione di Mazzini, non era il tipo da consegnare la spada al nemico. La mattina del 2 luglio andò in piazza San Pietro e fece un discorso divenuto celebre. “Io esco da Roma: chi vuol continuare la guerra contro lo straniero, venga con me. Non prometto paghe, non ozi molli. Acqua e pane quando se ne avrà”. Quella sera stessa, il Generale lasciò Roma alla testa di circa 4 mila fedelissimi. L’obiettivo era raggiungere Venezia assediata dagli asburgici e dare man forte a Daniele Manin combattendo per la Repubblica di San Marco. 

I garibaldini attraversarono l’Appennino inseguiti dagli eserciti di mezza Europa, tra marce forzate e combattimenti, diserzioni e tradimenti, ma respingendo ogni offerta di amnistia in cambio della resa. Le avventure del Generale e dei suoi irriducibili sono davvero troppe per poter essere qui riassunte. Arriviamo quindi alla mezzanotte del 1 agosto 1849, quando Garibaldi raggiunse via terra Cesenatico, allora sotto il dominio dello Stato Pontificio.

La festa in onore di Garibaldi a Cesenatico (foto di Mirtide Gavelli)

Cesenatico era un piccolo porto, frequentato soprattutto dai pescatori chioggiotti che vi sostavano spesso. L’idea di Garibaldi era quella di requisire alcune barche e raggiungere Venezia, assediata, via mare. “L’impresa non era per niente facile, perché la flotta austriaca prevedendo quel che poteva accadere aveva intensificato il blocco navale”, spiega Davide Gnola, direttore del museo marino della cittadina romagnola. Appena messo piede in città, Garibaldi tirò giù dal letto i paròni (padroni marittimi) chioggiotti ma questi non erano per niente ben disposti a concedergli i loro bragozzi. 

Bisogna capirli: la barca era l’unico loro mezzo di sussistenza e non volevano rischiare di perderla affidandola ad una persona della quale sapevano poco o nulla. Senza contare che, all’epoca, Garibaldi era dipinto come un bandito. I chioggiotti provarono a spiegare a Garibaldi che in mare c’era appena stata una burrasca e che i violenti frangenti impedivano a tutte le barche di uscire dall’imboccatura del porto canale. Ma Garibaldi era proprio la persona sbagliata da impaurire con questi discorsi! 

Piuttosto che perder tempo a discutere, Garibaldi salì con pochi compagni su un “topo” (piccola imbarcazione lagunare a remi), portando delle cime da tonneggio e degli ancorotti. Quindi si spinse in mare a forza di remi. Poi, si spogliò e, da solo, si tuffò in mare. Domenico Piva, che era con lui sul topo, scriverà: Garibaldi gettò nel mare la piccola ancora, e dietro l’ancora, a tentoni, giù sparve anch’esso nell’acqua, per assicurare le branchie al fondo, operazione questa che si rendeva necessaria per tirare ad uno ad uno, mediante la fune, fuori dell’imboccatura del canale, i bragozzi, impossibilitati a muoversi per mancanza di vento”.

“Quando egli, bello come un dio marino, col petto quasi tutto fuori dall’onde, ricomparve a galla – ricorda Piva – io, che non avevo saputo tener fermo il battello, ero alquanto lontano. Senza sforzo raggiunse la barca, vi balzò dentro, squassò i lunghi capelli con un atto energico del collo e si vestì. Poi guadagnò in un attimo la riva”.

Un ritratto d’epoca di Ana Maria de Jesus Ribeiro da Silva, detta Anita

A questo punto, i pescatori, ammutoliti, non ebbero più scuse e lasciarono le imbarcazioni ai garibaldini. Per meglio celarsi alla Marina austriaca, Garibaldi decise di navigare sotto costa e la fortuna sembrò favorirlo per tutta la giornata. Ma la notte del 2 agosto una grande luna illuminava il cielo e si rifletteva sul mare. La flotta austriaca intercettò le imbarcazioni e le prense a cannonate. Alcuni bragozzi affondarono, altri alzarono bandiera bianca.

Anche questa volta, Garibaldi non si arrese e riuscì a portare la sua barca a riva, facendola arenare qualche miglio a nord di Magnavacca (oggi ribattezzato Porto Garibaldi). Quando gli austriaci sbarcarono trovarono solo i relitti delle barche. Garibaldi e i suoi ultimi soldati erano già scomparsi nelle paludi. 

Il Generale non riuscì mai a raggiungere Venezia. I patrioti romagnoli, mettendo in pericolo la loro stessa vita, lo nascosero nelle loro case, per poi aiutarlo ad imbarcarsi segretamente per il Sudamerica. Un altro esilio. Ma nelle paludi di Comacchio, Garibaldi lascerà ben più che il relitto del suo bragozzo. Il 4 agosto sua moglie Anita morirà di febbri e di stenti in una piccola fattoria nei pressi di Ravenna, dove un fattore aveva dato rifugio alla coppia. Giuseppe ed Anita si erano conosciuti a Laguna, in Brasile, durante la rivolta dei Farroupilha, i cosiddetti “straccioni”.

Garibaldi, manco a dirlo, era una delle anime della rivoluzione. Anita aveva appena 18 anni e da quattro era sposata con con un uomo molto più anziano di lei che stava dalla parte degli Imperiali. Quando questi fuggirono, il marito andò con loro. Anita, che parteggiava per gli insorti, rimase in città. Garibaldi la vide da lontano, dal ponte della sua imbarcazione, con un cannocchiale. Subito la raggiunse e gli disse, in italiano: “Tu devi essere mia”. Anita rise perché non sapeva l’italiano e non capiva cosa volesse da lei quello strano personaggio. Neanche Garibaldi sapeva pronunciare più di due parole in portoghese ma si compresero ugualmente e non si lasciarono più. 

“A Cesenatico – racconta Davide Gnola, autore del libro ‘Diario di bordo del capitano Giuseppe Garibaldi’ edito da Mursia – l’episodio del passaggio di Garibaldi è diventato il vero e proprio mito fondatore della nuova identità laica e unitaria della nostra cittadina. A lui venne dedicato uno dei primi monumenti, eretto nel 1885, e da quello stesso anno la Festa di Garibaldi, che celebriamo ogni prima domenica d’agosto, è diventata la principale festa cittadina”.

“Il programma – sottolinea Gnola – è lo stesso da oltre un secolo: corteo di barche in mare e lancio della corona d’alloro, Palio della Cuccagna sull’acqua del Porto Canale disegnato da Leonardo e poi musica e fuochi d’artificio”. E confessa: “Qualcuno, qui da noi, confonde addirittura Garibaldi con il nostro santo patrono, che rimane invece San Giacomo”.

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