Pane (Gruppo Spinelli): “Genova può diventare la capitale del Mediterraneo. Ma bisogna fare in fretta..”

Dopo il suo intervento al Blue Economy Summit, abbiamo intervistato Roberto Pane, direttore finanziario del Gruppo Spinelli, che spiega quali sono gli auspici del Gruppo per il porto di Genova

24 maggio 2019 | di Giuseppe Orrù
L'intervento di Roberto Pane, CFO Gruppo Spinelli
L'intervento di Roberto Pane, CFO Gruppo Spinelli

Prima il porto“. È stato questo l’appello che Roberto Pane, (Chief Financial Officer) del Gruppo Spinelli, ha ribadito più volte durante il suo intervento al Blue Economy Summit di Genova, alla quale è intervenuto come relatore durante uno dei vari convegni dedicati alla portualità.

Il direttore finanziario del Gruppo Spinelli ha riassunto in quattro punti la “ricetta” per fare in modo che il porto di Genova diventi lo scalo di riferimento per le merci dell’Europa Centrale: dalla nuova diga foranea fino all’adeguamento della capacità ferroviaria, dall’utilizzo di tutti gli spazi disponibili nel porto fino alla “blue-green economy”. Pane ha tracciato il profilo di una sfida che Genova e il suo porto possono vincere, a patto che si agisca velocemente.

LN – Dottor Pane, lei al Blue Economy Summit ha posto una domanda che ha il sapore della sfida. “Genova è uno splendido porto regionale o il principale Gateway per l’Europa Centrale?”. Quali sono gli investimenti più urgenti che servono al porto di Genova per vincere questa sfida?

RP – Il rischio di poter essere solamente un porto regionale è concreto e vicino. Se vogliamo intraprendere invece la strada, possibile, di essere il porto di riferimento per i traffici destinati all’Europa centrale – verso mercati target se vogliamo essere la capitale del Mediterraneo come ha correttamente detto il sindaco Bucci – dobbiamo velocemente agire su più fronti contemporaneamente. Questi sono quelli che noi identifichiamo:

  • nuova diga foranea;
  • adeguamento della capacità ferroviaria;
  • utilizzo di tutti gli spazi disponibili nel porto;
  • “blue-green economy”, ovvero il green mindset applicato alla blue economy.

LN – Poi ci sono i tempi. Come ha detto lei, gli armatori non aspettano. E per la nuova diga foranea, la cui realizzazione si prevede in 5 anni, pare si stia già preparando un ricorso dopo l’aggiudicazione. Quali sono i rischi per Genova in caso di ritardi?

RP – I 5 anni per realizzare la diga foranea sono la nostra aspettativa, il nostro auspicio. Abbiamo bisogno di garanzie in tal senso, che andrebbero date agli operatori nazionali e internazionali per mostrare loro che la possibilità di approdare navi sempre più grandi sulle nostre banchine sarà reale. Uno scenario simile li rassicurerebbe, garantendogli un ritorno di investimenti in tempi più che ragionevoli. Quale potenziale interessato non sarebbe invogliato ad investire milioni di euro per lo sviluppo di un porto dal futuro solido?

Il rischio di potenziali ritardi nei tempi di realizzazione delle opere indispensabili prima delineate è proprio quello di vedere il blocco degli investimenti degli operatori e un lento declino del porto che potrebbe sopravvivere come porto regionale per il solo carico domestico. I treni lunghi 750 metri sono la condizione sine qua non per arrivare a servire il Centro Europa. Non è una scelta, è un obbligo.

Tutti gli operatori e le Autorità coinvolte dovrebbero fare un importante sforzo per uscire dalla mentalità che negli ultimi decenni ha limitato enormemente la capacità di crescita di questo Paese. Mettere da parte i colpi di carte bollate e i ricorsi al TAR ci permetterebbe di sbloccare lo sviluppo di un Paese con enormi potenzialità. Dobbiamo essere in grado di abbandonare la mentalità del “se non lo posso fare io non lo deve fare nessuno”, altrimenti il rischio è sempre lo stesso, quello di una decrescita ad un porto regionale, decisamente poco rispetto alle nostre potenzialità. 

Ho un passato di 10 anni trascorso con Maersk Line, primo operatore mondiale dello shipping, dove ho visto molte volte i danesi scegliere altri Paesi per i loro investimenti, non perché in Italia non fosse possibile, anzi potenzialmente avrebbero avuto anche più ritorno per loro, ma, conoscendo le difficoltà ambientali che avrebbero incontrato nel nostro Paese, si sono rivolti altrove.

Chiaramente, se non avremo la nuova diga foranea pronta in 5 anni, Maersk (così come gli altri operatori internazionali) non smetterà di fare il proprio business ma certamente smetterà di arrivare al porto vecchio di Genova perché le sue navi – sempre più grandi – non riusciranno più ad entrare nelle nostre banchine. È importante che questa situazione trovi una soluzione al più presto se vogliamo diventare la capitale del Mediterraneo.

LN – Parliamo di concessioni. Lei ha detto che “le autorità devono essere garanti della concessione di tutte le aree disponibili, secondo parametri oggettivi”. Tuttavia ha invocato una certa “meritocrazia” nelle concessioni, privilegiando chi garantisce maggiori ricadute sociali. Può spiegarci meglio questo concetto?

RP – La Liguria è un territorio meraviglioso ma sappiamo che gli spazi sono estremamente limitati. Devono essere quindi due i principi da seguire per realizzare la massima crescita possibile del nostro porto: utilizzare il 100% degli spazi disponibili e far utilizzare questi spazi agli operatori che sono in grado di farli rendere al massimo.

Relativamente al secondo punto, ci sono parametri oggettivi e disponibili per valutare questa capacità, quantità di investimenti per metro quadrato, produttività per dipendente o per metro quadrato, fatturato, etc.. Tutti parametri che hanno poi come conseguenza una maggiore ricaduta sociale, indispensabile per un territorio lavorativamente depresso come la Liguria.

Per quanto riguarda invece l’utilizzo di tutte le aree disponibili, è indispensabile e urgentissimo che le aree disponibili nel porto (o in sua prossimità) come le ex aree Ilva o quelle della centrale Enel, vengano messe in produzione attraverso gare pubbliche che le possano assegnare al miglior operatore possibile, al fine di garantire il maggior numero possibile di occupati.

LN – Il concetto di ecosostenibilità interessa anche il mondo dello shipping e della portualità. Quali sono, secondo lei, i prossimi passi per rendere il porto di Genova eco-compatibile?

RP – Noi del Gruppo Spinelli siamo molto concreti, abbiamo già preso iniziative in tal senso. Il nostro ufficio R&D ha sviluppato un progetto con un importante operatore energetico per elettrificare integralmente le banchine portuali. Pannelli fotovoltaici, gru elettriche e carrelli portuali elettrici possono già essere realtà, basta volerlo.

È chiaro che il futuro della logistica e della portualità deve passare dalla sostenibilità ambientale, non ci sono alternative se pensiamo ad un futuro a medio e lungo termine. Per terminal come quelli che gestiamo noi, ad esempio il Terminal Rinfuse che è nel cuore di Genova accanto alla Lanterna, stiamo immaginando un terminal green, in cui il carbone ed altre merci pericolose siano distanti dalle nostre banchine, le gru siano elettriche e la salute dei dipendenti e dei cittadini venga sempre al primo posto.

 

Giuseppe Orrù

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