L’emergenza coronavirus rivoluziona il mondo della subacquea: la nostra intervista al responsabile del centro iperbarico dell’ospedale San Martino

In Italia molte agenzie didattiche e associazioni hanno scelto spontaneamente di sospendere le attività subacquee per evitare il rischio di contagio

13 Marzo 2020 | di Gaetano Tappino

Un settore dove è inevitabile il contatto, l’uso di attrezzature e spazi comuni, è certamente quello subacqueo, sia ludico che professionale. Per capire come il mondo della subacquea sta affrontando l’emergenza Coronavirus, abbiamo intervistato il dottor Claudio Spena, responsabile del centro iperbarico dell’ospedale San Martino di Genova.

Una differenza importante tra il ludico e il commerciale è che nel ludico la pratica della subacquea è fine a se stessa, pur penalizzando il settore economicamente per mancati introiti, mentre nel “commercial diving” le aziende operano tutti i giorni e i loro sommozzatori utilizzano attrezzature d’immersione di uso comune, come i caschi.

Il dottor Spena ci ha fornito alcune informazioni sul comparto medico iperbarico. Il Coronavirus (2019-nCoV) è un microrganismo di cui non è ancora ben noto il tempo di permanenza su superfici non adeguatamente sanificate ma si stima che possa permanere in alcune condizioni sino a 9 giorni. Mancano però evidenze per quanto riguarda il suo comportamento nel contesto specifico dell’ambiente iperbarico.

Nel centro iperbarico del San Martino viene garantita, come sempre, l’attività in regime d’emergenza e quella per patologie tempo-dipendenti. Le prestazioni differibili di tipo ambulatoriale sono state invece sospese, analogamente a quanto avvenuto in molte altre branche specialistiche. Questo, peraltro, è ciò che è accaduto nella quasi totalità dei centri iperbarici ospedalieri italiani.

Nel centro iperbarico del San Martino, per i trattamenti che continuano ad essere erogati, vengono adottate una serie di prescrizioni, frutto di un lavoro collaborativo nell’ambito delle società scientifiche di riferimento, ovvero la SIMSI e la SIAARTI (gruppo di studio emergenze iperbariche). Queste prescrizioni mirano a garantire la sicurezza sia dei pazienti che degli operatori sanitari.

“In Italia, nell’ambito dell’attività ricreativa subacquea, molte agenzie didattiche e associazioni, favorite anche dalla stagione invernale e dalla chiusura delle piscine, hanno scelto spontaneamente – spiega il dottor Spena – di sospendere le attività subacquee e di conseguenza non credo si possano fare molte considerazioni di carattere medico riguardo l’impatto dell’epidemia da COVID-19 in questo settore”.

“Infine, venendo all’attività subacquea industriale, il riferimento che mi sento di dare – prosegue il responsabile del centro iperbarico dell’ospedale San Martino di Genova – è quello della guidance DMAC 26 del gennaio 2016, che affronta proprio le tematiche della sanificazione delle attrezzature nel contesto del commercial diving. Devo comunque osservare che in questa guida viene consigliato l’uso di prodotti a base di clorexidina, rivelatisi inefficaci sul Coronavirus”.

Un recentissimo lavoro scientifico (Kampf G. et al. Persistence of coronaviruses on inanimate surfaces and their inactivation with biocidal agents. Journal of Hospital Infection 104 – 2020), invece, confronta – sottolinea il dottor Spena – l’efficacia di diversi disinfettanti nei confronti del Coronavirus. Consiglio, quindi, ai professionisti del settore di fare riferimento ai medici subacquei aziendali di fiducia per definire le migliori procedure di sanificazione da adottare per gli spazi e le attrezzature in uso comune, valutando singolarmente l’ambiente lavorativo e i mezzi navali e di trasporto e rispettando personalmente le attuali indicazioni comportamentali del Ministero della Sanità”.

Coronavirus e subacquea (2)La redazione di Liguria Nautica ha anche indagato sulle attuali prevenzioni nelle operazioni svolte in alto fondale con impianti iperbarici in tecnica di saturazione, un comparto dove le normative igienico-sanitarie sono già ampiamente rispettate. Normalmente sono operazioni effettuate con navi appoggio di notevoli dimensioni.

Allo stato attuale ci risulta che, come procedura di sicurezza, chi è a bordo (sia il personale tecnico che l’equipaggio), una volta imbarcato dopo accurati accertamenti medici, non possa più sbarcare fino al termine del turno di lavoro, mentre a volte, quando le condizioni meteo impediscono il prosieguo del lavoro, la nave rientra in porto e chi era fuori servizio può scendere a terra alla sera per un giro, per poi rientrare a bordo.

In pratica, i diver che entrano nell’impianto di saturazione vivono il loro turno di lavoro di circa 25 giorni in un sistema a circuito chiuso inaccessibile dall’esterno se non attraverso piccoli portelli a camera stagna utilizzati per il passaggio dei generi alimentari e di prima necessità. Anche per queste operazioni, svolte dall’assistenza esterna, che a sua volta, essendo stata controllata, non può trasmettere alcun contagio, resta comunque prioritaria la massima attenzione all’igiene personale e collettiva.

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1 commento

  1. Marco ha detto:

    Interessante…e sempre sul pezzo!bravo Gai!

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