Esplorazioni oltre l’ignoto: cosa si nasconde nelle profondità del mare?

Secondo la visione dello Schmidt Ocean Institute, gli oceani del mondo si possono davvero conoscere solo mediante la combinazione di progresso tecnologico, osservazione intelligente e aperta condivisione delle informazioni

16 Dicembre 2020 | di Paolo Ponga

Ci sono probabilmente più segreti negli oceani del mondo che nelle stelle vicino a noi. E sicuramente incredibili meraviglie da portare alla luce. È ovvio che le migliaia di tonnellate d’acqua non aiutano l’esplorazione, a causa della loro pressione pazzesca sulla testa dei ricercatori, ma è un fatto assodato che vengano investiti molti più soldi nella ricerca aerospaziale rispetto a quella sottomarina. Questo permette però di stupirci ancora vedendo quello che succede sotto la superficie dell’acqua, come se fossimo rimasti ai tempi di Jules Verne e delle 20.000 leghe sotto i mari.

I filantropi Eric e Wendy Schmidt hanno fondato nel 2009 una società privata, senza scopo di lucro, finalizzata alla ricerca sottomarina: lo Schmidt Ocean Institute di Palo Alto, in California. Secondo la visione dell’istituto, gli oceani del mondo si possono davvero conoscere solo mediante la combinazione di tre forze: il progresso tecnologico, l’osservazione intelligente e l’aperta condivisione delle informazioni.

La missione è quindi quella di combinare la scienza con una tecnologia all’avanguardia, per ottenere risultati duraturi nella ricerca oceanica, catalizzare la condivisione delle informazioni e comunicare questa conoscenza al pubblico di tutto il mondo per promuovere una più profonda comprensione del nostro ambiente. Le loro ricerche hanno interesssato diverse località del mondo e ultimamente si sono resi conto che un’area eccezionale per fare nuove scoperte poteva essere quella australiana, un continente circondato da tre oceani in gran parte inesplorati.

È stata così inviata in quell’area la nave di ricerca Falkor, dotata di ROV e mezzi subacquei, che ha effettuato una prima campagna di ricerca all’inizio del 2020 in collaborazione con la dottoressa Julie Trotter della University of Western Australia e il dottor Paolo Montagna dell’Istituto Scienze Polari (finalmente un istituto di ricerca italiano!). La missione ha esplorato le acque polari del Bremer Canyon, una zona profonda di fronte alla costa sudoccidentale australiana.

Le ultime ricerche, invece, hanno riguardato l’esplorazione delle parti più profonde del Great Barrier Reef Marine Park, nell’area nordorientale del continente, in acque decisamente più calde e più calme, mediante l’utilizzo del sommergibile remoto SuBastian, sceso fino alla profondità di 1820 metri. Il team di ricercatori è rimasto a bocca aperta di fronte a ciò che hanno scoperto e alla quantità di vita marina presente a così alte profondità, tra cui nuove specie di coralli neri.

barriera corallina foto 1 paolo ponga“Abbiamo condotto la più completa serie di sondaggi robotici sottomarini mai intrapresa nel Pacifico meridionale”, ha dichiarato il dottor Brendan Brooke di Geoscience Australia. “La nave di ricerca Falkor – ha spiegato – ha integrato una tale gamma di tecnologie da permetterci di lavorare in una vasta gamma di profondità oceaniche nel Mar dei Coralli e di fornire dati importantissimi per diverse discipline, tra cui geologia, oceanografia e naturalmente biologia marina”.

Gli scienziati sperano che le ricerche possano continuare e far luce sull’interazione tra fondale marino e animali che ci vivono e su questi habitat straordinari e complessi.  Ecco alcuni video meravigliosi che riguardano questa campagna di studi, messi online dallo Schmidt Ocean Institute.

 

Paolo Ponga

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