Nuove frontiere dell’archeologia subacquea per scoprire la nostra storia

La disciplina permette agli studiosi di ricostruire con certezza le rotte marittime dell’antichità e quindi gli scambi commerciali e culturali tra i popoli nelle diverse epoche storiche

12 Maggio 2020 | di Gaetano Tappino
archeologia subacquea - 2 rilievi subacquei
Rilievi subacquei

L’archeologia subacquea del nostro secolo ha fatto i suoi primi passi negli anni ’20, per poi svilupparsi dopo la guerra, nei primi anni ’50. La prima spinta venne dal ritrovamento, ad una profondità di 42 metri, di una nave romana carica di anfore olearie e vinarie, naufragata nel 75 a.C. sul litorale di Albenga. Il ritrovamento, la cui notizia fece il giro del mondo, avvenne grazie alle ricerche eseguite dall’archeologo ligure Nino Lamboglia, nato a Imperia nel 1912 e fondatore nel 1958 del “Centro Sperimentale di Archeologia Sottomarina“.

Nel maggio del 2019 poi una importante mostra, dal titolo “I pionieri dell’archeologia subacquea nell’area flegrea e in Sicilia“, ha aperto all’archeologia subacquea le porte del Museo Archeologico di Napoli, nel Castello di Baia, con un tributo alla recente perdita del compianto archeologo subacqueo e assessore ai beni culturali della Sicilia,  Sebastiano Tusa, deceduto nel disastro aereo della Ethiopian Airlines il 10 marzo 2019. Una tragedia che lo lega a Lamboglia, deceduto nel 1977, all’età di 64 anni, finendo in mare con la sua auto mentre si stava per imbarcare su un traghetto nel porto di Genova.

Un contributo fondamentale allo sviluppo dell’archeologia subacquea, ormai definita una branca dell’archeologia, fu dato fra il 1959 e il 1960 dalla redazione della prima carta archeologica della mitica città sommersa di Baia, di fronte al golfo di Pozzuoli, che divenne un primo campo di formazione per gli archeologi subacquei che svilupparono le prime tecniche di quadratura e geolocalizzazione. Tecniche di ricerca ora supportate dall’evoluzione dell’elettronica e sostenute economicamente dai Ministeri, dagli enti e dalle istituzioni competenti, oltre che dai finanziamenti per progetti europei.

Ligure come Nino Lamboglia, anche la dott.ssa Giusy Grimaudo, titolare della società Tesi Archeologia S.r.l, specializzata in indagini archeologiche subacquee e di superficie. Una veterana dell’archeologia subacquea con un passato tecnico-professionale importante. Ottenne, infatti, il suo primo brevetto da sub nel 1978 e successivamente frequentò il Centro Sperimentale di Archeologia Sottomarina. Da allora Grimaudo ha proseguito la sua ascesa in questa disciplina, partecipando ad innumerevoli campagne subacquee.

In particolare si dedicò alle attività di scavo e documentazione di relitti di varie epoche: da quelli più antichi, del VI e IV secolo a.C. (la nave “cucita” di Gela e quella di Panarea nelle Isole Eolie), a quelli di Età Romana (la nave “dei bronzi” di Brindisi, la Julia Felix di Grado, il relitto “delle colonne” di Camarina, il relitto di anfore galliche di Montecristo, i relitti romani di Santo Stefano al Mare e di Albenga, quelli di Cala Culip in Spagna e il recente relitto di anfore del I secolo d.C. scoperto sui fondali dell’AMP di Portofino), di Età Rinascimentale (la fusta veneziana di Lazise sul lago di Garda) e Post-rinascimentale (il relitto “delle ardesie” dell’isola Gallinara, il “leudo del mercante” di Varazze, il relitto di San Nicolicchio di Taranto e due giunche cinesi del XVI secolo in Vietnam).

Grimaudo ha, inoltre, condotto indagini su alcuni villaggi palafitticoli dell’Età del Bronzo (laghi di Viverone e Garda) e su antichi porti (Vado Ligure, Genova, San Michele di Pagana, Napoli, Taranto, Piombino, Giglio Porto e Cesarea Marittima), fornendoci un quadro dell’evoluzione del comparto: dai suoi esordi fino ai giorni nostri, infatti, le tecniche di ricerca e di recupero sono cambiate radicalmente. Dalle semplici “armie” (riferimenti visivi costieri a terra) all’uso ormai insostituibile dei sistemi di geolocalizzazione sempre più performanti, degli scandagli che consentono il rilievo tridimensionale dei fondali, delle telecamere filoguidate ROV e dei mini sommergibili biposto che consentono indagini anche a profondità impegnative per il subacqueo.

Un esempio calzante è dato dai progetti Archeomar 1 e 2, promossi dal Ministero dei Beni Culturali tra il 2003 e il 2011, che hanno consentito di individuare, mappare e documentare oltre 400 siti archeologici subacquei, per la maggior parte relitti, ubicati lungo le coste di Puglia, Basilicata, Calabria, Campania, Lazio e Toscana. Questi progetti sono stati realizzati grazie all’impiego di tre diverse unità operative, ciascuna delle quali disponeva di una nave oceanografica dotata di posizionamento topografico satellitare DGPS e opportunamente attrezzata con le più avanzate strumentazioni geofisiche (Side Scan Sonar, Sub-Bottom Profiler, Multibeam e magnetometri) e robotiche (ROV filoguidati e il mini sommergibile di ultima generazione REMORA 2000 della Comex, che ha consentito indagini esplorative oltre i 600 m di profondità).

Al giorno d’oggi la maggior parte delle indagini archeologiche subacquee sono di tipo preventivo, visto che il decreto legislativo 50/2016 ha reso obbligatoria la valutazione preventiva dell’interesse archeologico e la sorveglianza in corso d’opera per tutte le opere pubbliche che comportino nuove edificazioni e la movimentazione di sedimenti marini, lacustri o fluviali. L’archeologia subacquea permette agli studiosi di ricostruire con certezza le rotte marittime dell’antichità e quindi gli scambi commerciali e culturali intrattenuti dai popoli nelle diverse epoche storiche, mentre i contenuti dei relitti forniscono altre importanti informazioni, come gli oggetti di vita quotidiana utilizzati.

Sebbene in Italia il turismo archeologico subacqueo sia ancora di nicchia, si possono visitare alcuni siti straordinari, come appunto il parco archeologico sommerso di Baia, il relitto romano nelle acque della Liguria e oltre venti percorsi subacquei in Sicilia. La speranza è che nel giro di pochi anni la maggior parte di questi siti  venga resa accessibile a tutti, attraverso la creazione di percorsi archeologici subacquei attrezzati o di esperienze in realtà virtuale o aumentata (tramite l’uso di particolari visori e occhiali, proiezioni immersive, video guide su tablet, video con ricostruzioni 3D).

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