Rimozione piattaforme sommerse del Concordia: il nostro report dal convegno

Tutto quello che si è detto al convegno dal titolo “Barriere artificiali sommerse, risorse per l’ambiente, ricchezza per l’economia”, organizzato dall’ Accademia Internazionale di Scienze e Tecniche Subacquee

28 Novembre 2014 | di Redazione Liguria Nautica

“Mantenere le strutture d’acciaio subacquee realizzate per il recupero della Concordia non è un regalo ai gigliesi, è per l’ambiente”, chiosa il sindaco del Giglio Sergio Ortelli dopo gli interventi dei biologi e degli esperti di scienze ambientali che hanno preso parte martedì all’Acquario di Genova al convegno “Barriere artificiali sommerse, risorse per l’ambiente, ricchezza per l’economia”, organizzato dall’ Accademia Internazionale di Scienze e Tecniche Subacquee. Il Ministero dell’Ambiente si è espresso due volte a favore della rimozione, nell’imminenza dell’incidente e nel 2014, ma oggi nella comunità scientifica molti e qualificati sono i pareri a favore del mantenimento. Sul fondo del Giglio si trovano attualmente sei piattaforme di acciaio e cemento e 11 anchor block realizzati per ancorare la nave al fondale. “Il sì dei biologi – prosegue Ortelli – conferma che lasciare le strutture aiuta l’habitat, rendendo l’area il luogo della memoria e creando un volano per il turismo subacqueo”.

 

“In questo momento –ha dichiarato Riccardo Cattaneo-Vietti, professore ordinario di Ecologia all’Università Politecnica delle Marche – l’Italia ha la possibilità di ritrovarsi, senza alcun costo, una barriera artificiale già costruita e posizionata. Un’opportunità fortuita, offerta dalle piattaforme subacquee costruite all’Isola del Giglio su cui è stato posizionato il relitto della Concordia, prima di procedere al suo rigalleggiamento. Demolire queste strutture, oltre all’evidente costo, può essere ancora una volta una fonte di inquinamento per quelle acque. A questo punto, è meglio lasciar fare alla natura”.

 

“Dal punto di vista biologico non esistono incertezze” ha affermato Giandomenico Ardizzone, professore Ordinario di Ecologia alla Sapienza di Roma e consulente per il piano ambientale all’Isola del Giglio. I substrati sono idonei perché il metallo è facilmente colonizzabile e riesce a compensare la perdita di habitat causata dal naufragio e dai lavori necessari per la rimozione, la fruibilità dell’area è idonea per le immersioni e per la pesca, i gigliesi hanno una percezione positiva del mantenimento delle strutture. Per contro, perché la permanenza possa essere autorizzata “E’ indispensabile – continua Ardizzone – un’attenta valutazione della capacità di durata delle strutture, nate per durare un periodo limitato, quindi individuare il soggetto responsabile della manutenzione e della gestione, con gli oneri che ne derivano”.

 

“In questo momento –ha dichiarato Riccardo Cattaneo-Vietti, professore ordinario di Ecologia all’’Università Politecnica delle Marche – l’Italia ha la possibilità di ritrovarsi, senza alcun costo, una barriera artificiale già costruita e posizionata. Un’opportunità fortuita, offerta dalle piattaforme subacquee costruite all’Isola del Giglio su cui è stato posizionato il relitto della Concordia, prima di procedere al suo rigalleggiamento. Demolire queste strutture, oltre all’evidente costo, può essere ancora una volta una fonte di inquinamento per quelle acque. A questo punto, è meglio lasciar fare alla natura”.

 

“Prima di tutto – afferma Francesco Cinelli, già professore ordinario di Ecologia all’Università di Pisa – la proposta di smantellare tutto e di riportare il fondale “alle origini”, una volta rimossa la Concordia, fu fatta sull’onda dell’ emergenza e dello shock dell’evento e di un protocollo firmato in fretta e furia, non conoscendo assolutamente quali sarebbero stati i sistemi di recupero da utilizzare e le relative strutture da mettere a mare”. “A questo punto – prosegue Cinelli – la decisione da prendere deve essere invece valutata con grande ponderazione. L’ipotesi paventata è quella non solo di togliere la gran quantità di materiali eterogenei di diversa natura

abbandonati sul fondo, e su questo credo che tutti siano d’accordo, ma soprattutto di smantellare anche le piattaforme di acciaio che hanno sostenuto la Concordia fino al suo rigalleggiamento. Riteniamo che questa seconda operazione sia in grado di arrecare ulteriori danni ambientali invece di restituire il fondale nelle condizioni originarie come era stato ipotizzato al momento dell’incidente”.

 

Sul tema delle barriere sommerse esistono nel mondo filosofie molto diverse: “In Giappone, dove si concentra il 90% di quelle esistenti – ha affermato Giulio Relini, già professore ordinario di Ecologia all’Università di Genova e già presidente della Società Italiana di Biologia Marina – le barriere vengono costruite e sommerse per la pesca professionale, negli Stati Uniti sono considerate una risorsa per il turismo subacqueo”.

 

“A distanza di cinquant’anni dall’incidente – ha illustrato Attilio Rinaldi, già direttore dell’ICRAM- Istituto Centrale per la Ricerca Scientifica e Tecnologica applicata al Mare – le lamiere contorte del Paguro in Adriatico ospitano straordinarie quantità di pesce, sciami di spigole di grandi dimensioni, orate, grandi predatori e grandi quantità di filtratori – spugne, anemoni gioiello, ofiure – e intorno ci sono tursiopi e tartarughe”. L’effetto, non secondario, è di mitigare gli effetti negativi della pesca a strascico. Nel 1995 il Paguro è stato riconosciuto zona di tutela biologica e dal 2012 è Sito di Interesse Comunitario.

 

La “parabola” della Haven è stata raccontata, nella fase conclusiva della conferenza, da Lorenzo Del Veneziano del Centro Sub Tigullio. Partendo dai due giorni di agonia della petroliera che nel 1991 bruciò al largo di Arenzano disperdendo decine di migliaia di tonnellate di greggio, oggi il sito è diventato un paradiso per tutti gli appassionati di subacquea. Il tonno è stanziale da maggio a ottobre e si contano 20mila immersioni “regolamentate” all’anno con un indotto di circa 300 posti di lavoro.

A questo punto la palla passa al Ministero dell’Ambiente che non ha alibi per proseguire nel progetto di far rimuovere le piattaforme sommerse creando sicuramente altri danni all’ambiente e sprecando gli ingenti capitali necessari per la rimozione (inutile).

Gianni Risso

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