Coronavirus, azienda genovese trasforma le sue maschere per lo snorkeling in respiratori e dispositivi di protezione: ecco come nacque il progetto

Ocean Reef, per aiutare i medici nella situazione di emergenza attuale, ha convertito le proprie maschere da snorkeling in respiratori e dispositivi di protezione individuale contro il Covid-19

6 Aprile 2020 | di Gaetano Tappino
maschera Ocean Reef modificata Covid-19
Maschera Ocean Reef modificata per il Covid-19

Una maschera granfacciale, realizzata per dare a tutti la possibilità di svolgere l’attività di snorkeling, è stata trasformata in un utilissimo sistema di assistenza respiratoria forzata per le persone ricoverate in ospedale a seguito di un’infezione da Covid-19 ma anche in uno strumento di prevenzione contro la propagazione del virus.

La storia inizia nella metà del 2011, quando l’azienda genovese Mestel Safety, appartenente alla Ocean Reef Group, che costruisce attrezzature subacquee e maschere antigas, aveva ricevuto la proposta da un gruppo internazionale d’Oltralpe di collaborare per lo sviluppo tecnico del progetto di una maschera avvolgente granfacciale per lo snorkeling.

Il fondatore di Mestel Safety, Sergio Gamberini e il figlio Luca, instancabili promotori di nuove iniziative e soluzioni tecniche che hanno portato l’azienda genovese all’attenzione del settore mondiale della subacquea e delle maschere antigas, realizzando anche siti di produzione in California, hanno subito accettato la collaborazione e messo in azione il loro staff, tra cui l’ingegner Gabriele Cucchia, entrato a far parte della Ocean Reef nel 2005.

Laureatosi in ingegneria meccanica, Cucchia è un autentico sportivo che vive in simbiosi con il mare, come i suoi genitori e suo fratello (biologo marino). Pratica con professionalità il surf, è un bravo subacqueo e nel suo DNA primeggia la fantasia, che gli ha consentito, insieme alla preparazione tecnica, di sviluppare e realizzare molti progetti innovativi.

Il suo primo incarico è stato quello di rendere operativo il laboratorio con camera iperbarica per i test degli erogatori montati sulle maschere granfacciali da immersione Neptune Space. Negli anni successivi ha poi implementato con accorgimenti le maschere granfacciali per immersioni e perfezionato i sistemi di comunicazione, sfruttando la propagazione in acqua delle onde radio. In questo modo, ha permesso ai subacquei in immersione di comunicare tra di loro o con un operatore in superficie, che può ricevere le comunicazioni attraverso un sensore immerso in acqua e collegato ad una centralina di ascolto.

Le maschere della Ocean Reef, utilizzato anche da vari reparti subacquei delle forze pubbliche e da aziende di lavori subacquei, consentono di respirare sia dalla bocca che dal naso come in superficie e, non dovendo tenere tra le labbra l’erogatore, è possibile parlare ed ascoltare grazie ai microfoni subacquei inseriti all’interno delle maschere. Sempre nell’ottica di migliorare l’offerta, l’azienda ha anche realizzato un modulo per poter comunicare sott’acqua con un cellulare, utilizzando il suo sistema di comunicazione con un ricevitore sostenuto da una boa in galleggiamento, che per mezzo di un’antenna si collega ai sistemi di comunicazione 4G.

Il principale problema che si son trovati ad affrontare l’ingegner Cucchia e lo staff della Ocean Reef, era la circolazione dell’aria, che doveva entrare ed uscire dallo snorkel creando una circolazione ciclica all’interno della maschera, la quale doveva tenere separati i gas d’inspirazione da quelli di espirazione, rispettando le normative di riferimento internazionali EN250 ed EN136.

Da ottimo subacqueo, Cucchia era consapevole delle difficoltà di realizzazione e ha testato tutte le maschere subacquee direttamente in immersione. Iniziò subito a verificare in laboratorio i volumi che la maschera doveva avere per consentire una corretta respirazione e quale forma fosse in grado di adattarsi meglio alle varie conformazioni facciali. Inoltre, comprese che era necessario utilizzare materiali resistenti ed anallergici, che la maschera doveva essere di misura standard, piccola, media e larga, dotata di una visibilità ad ampio raggio panoramico e non doveva appannarsi.

Lo snorkel poi, anche se andava sott’acqua, non doveva consentire il passaggio dell’acqua all’interno della maschera, che doveva avere anche una forma che potesse conquistare l’utente, oltre ad infondere sicurezza, ed essere facile da utilizzare: doveva infatti permettere di respirare come in superficie senza avere nulla tra le labbra che impedisse di parlare, fermare le infiltrazioni di acqua e proteggere da eventuali organismi marini urticanti come le meduse.

Dopo circa un anno e mezzo, concluse le prove di laboratorio e i test in mare e soddisfatti tutti i requisiti di sicurezza, la maschera avvolgente per snorkeling era pronta ad essere distribuita in 1500 punti vendita del mondo. Nel 2015 la Ocean Reef ha poi immesso sul mercato un nuovo brevetto di circolazione dell’aria nella maschera, implementato nella propria maschera da snorkeling: la ARIA.

L’obiettivo principale era migliorare le performance respiratorie, aggiungendo un design decisamente “Made in Italy” e diversi tipi di accessori, come il supporto interno per le lenti graduate, il supporto per le telecamere di tipo GoPro e un sistema di comunicazione tipo walkie talkie per poter parlare a distanza tra snorkelisti e con gli operatori in superficie.

Dopo lo scoppio della pandemia globale di Coronavirus, Ocean Reef ha messo da subito a disposizione i suoi prodotti e le sue conoscenze per aiutare i medici ad affrontare l’emergenza, arrivando anche a produrre in tempi record pezzi stampati per convertire le proprie maschere da snorkeling in dispositivi di protezione individuale contro il Covid-19.

La cosa più importante è che queste maschere, che sono state consegnate alla Protezione Civile che le ha successivamente distribuite negli ospedali, sono riutilizzabili, dopo essere state immerse in liquidi igienizzanti. Oltre alla Ocean Reef, hanno collaborato alla realizzazione di maschere simili altre aziende ed imprenditori, che stanno lavorando senza sosta per produrne di nuove.

Sergio e Luca Gamberini hanno dato vita anche al progetto “L’orto di Nemo“, un orto subacqueo situato nella spiaggia prospiciente Noli e caratterizzato da biosfere di due metri posizionate su un fondale di 10 metri. L’orto viene utilizzato per la coltivazione di innumerevoli tipi di piante, tra cui ovviamente il basilico, e supervisionato costantemente dall’ingegner Cucchia e da tutto il team che ha messo in pratica il progetto, non solo attraverso immersioni effettuate con equipaggiamenti della Ocean Reef ma anche con l’ausilio di telecamere subacquee che consentono di monitorare in remoto la struttura.

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