Doping shock: Roberta Caputo positiva, addio Rio

Ci saranno le controanalisi del caso, ma l'olimpiade di Roberta Caputo al momento sembra definitivamente compromessa, ma l'atleta si difende: "Era una crema per il viso"

21 Luglio 2016 | di Redazione Liguria Nautica

Un caso di doping scuote il ritiro della nazionale azzurra di vela a Rio de Janeiro. La notizia è arrivata come un fulmine a ciel sereno, Roberta Caputo timoniera del 470 italiano, con a prua Alice Sinno, è stata trovata positiva al Clostebol Metabolita a seguito di un controllo “fuori competizione” – disposto da NADO ITALIA – effettuato a Napoli il 6 luglio 2016.

L’atleta napoletana classe 1993, che regata per l’Aniene, è stata esclusa dalla squadra olimpica e sostituita con Elena Berta. Un caso che lascia l’amaro in bocca e sta sollevando un gran dibattito sul web e sulle testate nazionali di settore e non.

La sostanza in questione è considerata un cortisonico anabolizzante, chimicamente simile al testosterone, con un principio attivo che viene utilizzato per la cura di cicatrici ed escoriazioni cutanee. Una sostanza comune in molti farmaci, che la Caputo può avere assunto in maniera del tutto inconscia.

C’è da precisare anche un’altra cosa, e questa riguarda la tempistica: dalle prime indiscrezioni il farmaco in questione sarebbe stato usato diversi giorni prima del controllo antidoping, manifestando comunque ancora i suoi effetti in data 9 luglio. L’equipaggio Caputo-Sinno è stato selezionato per Rio in extremis, per decisione della FIV in seguito alla rinuncia di un’altra nazione. Al momento dell’assunzione del farmaco, è possibile quindi che la Caputo non fosse ancora stata inserita nel programma olimpico della squadra azzurra che prevede un rigido protocollo per quanto riguarda l’uso di qualsiasi medicinale, che deve essere concordato con lo staff medico. Resta il fatto che la Caputo possa avere commesso una leggerezza, essendo comunque un’atleta nel giro della nazionale avrebbe dovuto essere accorta. Ma se le cose fossero andate come abbiamo provato a ipotizzare, riteniamo che spezzare una lancia in favore della giovane velista per proteggerla dalla pubblica gogna dei social innescatasi in queste ore sia doveroso.

La versione della velista napoletana, via social network, non si è fatta attendere:

Mi avete scritto e pensato in tantissimi, questa è una grande fortuna, più grande della sfiga che ho avuto! Chi mi conosce sa che Ho sempre navigato con il sorriso stampato in faccia, sia nelle vittorie che nelle sconfitte e affronterò questa situazione nello stesso modo, senza rimpianti e senza troppe lacrime! Farò il possibile per tornare in barca più presto possibile, e soprattutto voglio condividere la mia storia perché possa servire d’esperienza e magari anche cambiare questo sistema che taglia le gambe a buoni e cattivi senza differenza.

Al momento Facebook è la mia unica arma di difesa, non ho altre strade, non c’è niente da fare, posso solo provare a chiarire la mia situazione, per me stessa.

Meno di 20 giorni al segnale di partenza: la barca è perfetta, il team è pronto, mancano gli ultimi dettagli…ma qualcosa stamattina è andato storto: arriva la chiamata dell’antidoping da Roma, sono le 9:00 qui a Rio, mi comunicano la positività del test effettuato il 6 luglio, a Napoli. Torno in hotel per cercare di capirci qualcosa, dopo meno di un’ora il mio nome era già stato cancellato dall’elenco iscritti delle olimpiadi, dopo altri 20 minuti sono stata sostituita. Difficile da credere, ma questa è la procedura.
Sono risultata positiva alla sostanza clostebol metabolita: anabolizzante contenuto in un medicinale da banco chiamato trofodermin, comune cicatrizzante per ferite e ulcere. Ho comprato questa crema per curare dei segni di brufoli che mi erano venuti in faccia, ero totalmente ignara del suo stato dopante, è successo agli inizi di giugno (weymouth) non ero ancora nel programma nazionale antidoping, ma i residui della sostanza sono rimasti vivi nel mio corpo fino al controllo di luglio…
Ho provato a spiegare in tutti i modi la mia innocenza, e ho provato a contestualizzare la mia posizione di atleta nuova nel programma Nado ma niente da fare, la legge è uguale per tutti e non ammette ignoranza.”

Ci saranno le controanalisi del caso, ma l’olimpiade di Roberta Caputo al momento sembra definitivamente compromessa. Dispiace per l’atleta, ma come ha affermato la stessa timoniera la legge è uguale per tutti e non ammette ignoranza.

Mauro Giuffrè

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3 commenti

  1. roberto merenda ha detto:

    il clobesol è un farmaco comunissimo in molte pomate usate per la cura e il trattamento dell’acne e delle cicacrici che ne risultano. anche il trofodermin fa parte di questa categoria di farmaci e non si tratta certamente di anabolizzanti. Forse la caccia alle streghe è eccessiva e non permette una difesa.

  2. Mauro ha detto:

    Buonasera Narese,
    Secondo noi il paragone con il ciclismo o altri sport non può reggere…in 470 se ti dopi puoi magari riuscire a cazzare più velocemente una scotta, ma nessun farmaco ti consentirà di leggere i salti di vento sul campo, di mantenere la concentrazione necessaria per la regata olimpica o capire come marcare un avversario. Non c’è storia, il doping nella vela non serve proprio a nulla, a meno che non sei un grinder su un Ac45, e lo sanno bene i velisti olimpici. Per questo ci sentiamo di credere alla buona fede di Roberta Caputo, che è una velista di livello internazionale e , lo ricordiamo, vanta un titolo mondiale nella classe 420. Ha commesso un errore, una leggerezza che lei stessa farà fatica a perdonarsi, ma il doping, quello vero, è altra cosa.

    Mauro Giuffrè

  3. Narese ha detto:

    Inutile attribuire la colpa alla “sfiga”.
    Una sportiva del livello della sig.ra Caputo conosce bene le regole che riguardano l’utilizzo dei farmaci. Purtroppo negli ultimi tempi anche in Italia ne abbiamo avuti diversi di esempi come nel ciclismo e per ultimo ora nella vela.
    Lo sport a livello agonistico e’ diventato talmente competitivo che spesso taluni atleti cercano di tagliare gli angoli. Se poi si risulta positivi all’antidoping c’è sempre la possibilità di attribuire la colpa all’utilizzo di un farmaco “da banco” utilizzato per altri scopi. E’ un vero peccato che lo sport sia arrivato a questo punto. Ne posso comprendere le motivazioni ma non certo condividerle.

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