L’incredibile storia del “Papago”: da Venezia al Libano in missione per le Brigate Rosse!

L’incredibile viaggio del “Papago”, Koala 39 di 12 metri con cui Massimo Gidoni, Mario Moretti, Riccardo Dura e Sandro Galletta partirono da Venezia alla volta del Libano per caricare quintali di armi per le Brigate Rosse, è narrato nel nuovo libro “Papago. Barche che hanno incontrato la storia” di Andrea Cappai, edito da Nutrimenti

30 Agosto 2012 | di Redazione Liguria Nautica

“Da quei giorni sono passati ormai più di 30 anni. Non sono più salito su una barca a vela e quella fu la mia ultima traversata. Del nostro equipaggio, di quei tre compagni con cui passai decine di giorni e notti di navigazione ininterrotta, avrei rivisto solo Mario. Riccardo fu ucciso pochi mesi dopo. Sandro Scomparve. Non mi aveva mai convinto. Una delle poche volte che incontrai ancora Mario fu di corsa, nei corridoi di un tribunale, o di una prigione, non ricordo. Ci stavano portando in posti diversi. Mi salutò. Riuscì solo a dirmi: ‘Che viaggio, Massimo! Duro, il più duro che abbia mai fatto. Ma in quella barca siamo stati bene'”.

 

Brigatisti in barca – Così inizia la prima avventura nel nuovo libro di Andrea Cappai “Papago. Barche che hanno incontrato la storia” (edito da Nutrimenti, 96 pagine, 14 euro), intitolata “A luci spente”, che narra di un viaggio in barca a vela da Venezia al Libano per ritirare un carico di armi destinato alle Brigate Rosse: a parlare è Massimo Gidoni, lo psichiatra di Falconara (Ancona) ex appartenente alle Br, condannato nell’86 dalla corte d’ Assise di Macerata a 24 anni e sei mesi di reclusione, al termine del processo per il sequestro e l’ omicidio di Roberto Peci, l’operaio ascolano ucciso nell’81 per essere il fratello di Patrizio Peci, uno dei primi “pentiti” delle Br.

 

La missione per le Br – Appassionato velista (ha ripreso la professione di psichiatra nel 1995 e ha ottenuto la libertà nel 2003), con tante partecipazioni alle più importanti regate d’altura (la Middle Sea Race nel ’72, i Campionati del Mediterraneo, la Monaco-Portovecchio), Gidoni racconta l’avventura che lo vide protagonista nella primavera del ’79: si trattava di procurare una barca a vela, sufficientemente grande (ma non troppo per non dare nell’occhio), e recarsi in una località non precisata del Libano. Lì sarebbe avvenuto un incontro, in data e luogo che sarebbero stati comunicati in occasione di una tappa “tecnica” a Cipro. Sulle coste libanesi Massimo e gli altri tre compagni avrebbero dovuto caricare a bordo della barca sacchi contenenti 200 kg di armi da portare a Venezia, dove sarebbero state consegnate alle Br.

 

Equipaggio “famoso” – Assieme a Gidoni, si sarebbero imbarcati Mario Moretti, uno dei brigatisti più noti insieme a Renato Curcio e Mara Cagol (dichiaratosi esecutore materiale dell’uccisione di Aldo Moro), Riccardo Dura, esponente della colonna genovese delle Br, materialmente coinvolto nell’attentato al sindacalista Guido Rossa, perpetrato nel 1979 (Dura rimase ucciso a Genova nel gennaio dell’80, durante l’irruzione dei carabinieri in un appartamento di via Fracchia) e Sandro Galletta, impiegato comunale veneziano che ebbe un ruolo importante come “tecnico” nella colonna venetà delle Brigate Rosse. Si dissociò nell’82, rese molte confessioni ai magistrati, tra cui la vicenda del Papago, e dal 1983 è latitante.

 

La barca giusta – C’era da capire quale barca fosse adatta allo scopo. L’occhio esperto di Massimo cadde su un Koala 39, “Papago”, ormeggiato al porto di Ancona: una barca prodotta dalla Nordcantieri di Avigliana, su progetto dei francesi Digoin e Duvergie, che aveva conosciuto un certo successo negli anni ’70 proprio per la sua comodità da “Gran Turismo”. Una barca borghese per non destare sospetti. Gidoni la acquistò per conto dell’organizzazione. Non c’era molto tempo. L’acquisto era avvenuto in estate inoltrata e si doveva effettuare la lunga traversata prima della “rottura” del tempo che in genere nel Mediterraneo orientale arriva a settembre. Verso la fine di agosto del ’79 i quattro (Massimo, Riccardo, Mario e Sandro) partirono con il Papago da Numana, a ridosso del Conero.

 

Lo scherzo della radio – La prima parte di navigazione filò liscia. Mentre i quattro marinai “compagni” si avvicinavano a Cipro, qualcuno di loro lasciò inavvertitamente la radio sopra la bussola, creando un’interferenza magnetica con una deviazione di circa 3-4 gradi. Quando qualcuno di loro se ne accorse era passato tanto, troppo tempo: calcolando approssimativamente il tempo di navigazione basata sull’angolo sbagliato, dedussero che stavano facendo prua verso le coste israeliane e furono costretti a una virata di 90°, raggiungendo il porto di Larnaca, nella costa sudorientale di Cipro, che non era la meta stabilità sull’isola.

 

In Libano – Il giorno dopo l’equipaggio si spostò in un piccolo porticciolo di pescatori, luogo convenuto per l’incontro, e la location libanese per il carico delle armi fu svelata: l’isola libanese di Al-Ramkin, a circa 100 miglia da Cipro. Il Papago, dopo aver navigato a luci spente nella notte, arrivò all’alba a Al-Ramkin, dove, a circa 6 miglia dalla costa, avvenne il trasbordo delle armi. Decine di uomini armati a bordo di “lancioni” caricarono freneticamente a bordo della barca molte centinaia di chili di armi: esplosivo, munizioni, armi da fuoco. Il tutto in barba alla sicurezza della barca e alla sua stabilità. Nonostante questo, il Koala 39 si comportò egregiamente: il segreto risiedeva in un’innovativa (per l’epoca) soluzione progettuale, per stabilizzare maggiormente lo scafo. Uno sbalzo, un vero e proprio “scalino” nell’opera viva, che in condizioni di carico scendeva sott’acqua.

[nggallery id=190] Da sinistra a destra: l’isolotto di Al-Ramkin, in Libano; il Koala 39 sulla copertina del depliant originale della Nordcantieri; la dinette del “Papago”; l’ex “Papago” al giorno d’oggi. Si chiama “Felipe” ed è ormeggiato in Adriatico.

 

Il ritorno – A 200 miglia dalle coste di Creta, sulla via del ritorno, intorno alle 11 di sera, il Papago si trovò a dover affrontare la burrasca, con onde alte 5-6 metri e vento fino a 40 nodi: la barca, appesantita dalle armi, diventò ingovernabile. Si trappò anche lo stralletto della trinchetta, costringendo l’equipaggio a mettersi alla cappa. “Le onde erano molto alte – racconta Massimo – il carico fortunatamente non si rovesciava e riuscia a rimanere dove era stato stipato, ma la barca rollava tantissimo, troppo per la condizione che stava sopportando. Decisi per una cappa secca di prua con un’ancora galleggiante, che però non avevamo”. Con l’aiuto di Mario, Massimo realizza l’ancora usando le coperte di lana portate a bordo al posto dei sacchi a pelo, fissate a due angoli con alcune cime e gettate a mare. Almeno la barca rimaneva controvento, non c’era che da aspettare. Superata la notte, il Papago navigò verso le coste italiane, facendo sosta nel porticciolo di Tricase (Lecce), per permettere ai quattro di mangiare una bistecca con patatine dal sapore paradisiaco dopo giorni e giorni di scatolette e acciughe sotto sale.

 

In Laguna – Sulla rotta verso Venezia, al largo delle coste dell’Abruzzo, di notte (sempre a luci spente per non essere visti) Massimo si rese conto troppo tardi di una gigantesca nava cargo in rotta di collisione: per fortuna l’onda prodotta dalla nave allontanò il Papago quel tanto che bastò a salvarlo dall’affondamento sicuro. Arrivati in Laguna, i quattro furono circondati da barche e barchine che prelevarono i sacchi di juta contenenti le armi. Missione compiuta. Massimo vendette subito il Papago a un prezzo stracciato: troppa la fretta di liberarsene. Quello del Papago rimane ancor oggi il più grande trasporto clandestino di armi mai avvenuto in Italia di cui siu abbia avuto notizia, al di fuori delle grandi guerre mondiali.

 

e.r.

 

(alcuni brani dell’articolo sono tratti dal libro “Papago” di Andrea Cappai e dal sito del Giornale della Vela, dal quale abbiamo ripreso le immagini)

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