Allarme petrolio in Sicilia: l’accusa di Legambiente

Le operazioni si stanno intensificando in maniera evidente: nei primi quattro mesi del 2016 sono state estratte oltre 117 mila tonnellate di petrolio

28 Luglio 2016 | di Redazione Liguria Nautica

Legambiente punta il dito contro le compagnie petrolifere presenti nel Canale di Sicilia e lo fa in virtù dei dati raccolti grazie al dossier di Goletta Verde. La situazione è davvero emblematica, non è bastato infatti il divieto di operare entro le dodici miglia a limitare questa incessante corsa all’oro nero.

Attualmente sono oltre dieci mila i chilometri di mare posti sotto scacco dalle compagnie petrolifere, e la Regione cosa fa? Nulla, vive questa situazione in maniera passiva, senza provare minimamente a limitare la problematica magari investendo fondi sull’energia rinnovabile.

La classe politica siciliana si sta confermando ancora una volta incapace di scelte strategiche in materia energetica – afferma Gianfranco Zanna, presidente di Legambiente Sicilia Il governo locale continua a guardare al passato condannando la più grande piattaforma di energie rinnovabili del Mediterraneo, qual è la Sicilia, all’arretratezza e al sottosviluppo“. Parole pesanti che condannano senza appello le (non) scelte della classe dirigente.

Legambiente: Il Canale di Sicilia è devastato dalla caccia all’oro nero

Da quanto emerge dai numeri di Legambiente, al momento sono tre le concessioni per l’estrazione di idrocarburi nel Canale di Sicilia, per un totale di sei piattaforme e trentasei pozzi produttivi che nel 2015 hanno estratto oltre 247 mila tonnellate di greggio, pari al 32,9% della produzione nazionale a mare e solo al 4,5% della produzione totale nazionale.
Nei primi quattro mesi l’attività si è intensificata in maniera evidente, arrivando all’estrazione di oltre 117 mila tonnellate di petrolio, quasi la metà dell’anno precedente.
Ma da chi vengono gestite queste concessioni? Eni Mediterranea si occupa del mantenimento delle postazioni CC1AG e CC3AG, localizzate entrambe al largo delle coste di Gela. Edison-Eni, invece, gestisce un pozzo in zona Ragusa.

Nei prossimi anni le piattaforme potrebbero anche aumentare, poichè sono in corso di valutazione ben quattro permessi di ricerca. Lo scenario è fin troppo chiaro: non si investe nel rinnovabile, ma nel frattempo si regala il nostro mare alle multinazionali del petrolio.

Paolo Bellosta

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