Le trivelle in Italia: la nostra inchiesta sulle tracce del greggio

Quante sono le piattaforme in Italia? Cos'è il campo Vega? Che succede sulle coste croate? Ecco le risposte a queste domande

11 Aprile 2016 | di Redazione Liguria Nautica

L’oggetto del referendum sulle trivelle del 17 aprile riguarda le attività di ricerca effettuate entro le 12 miglia marine, ovvero a poco più di ventidue chilometri dalla costa. Per quanto riguarda le nuove attività di ricerca entro le 12 miglia, il decreto legislativo 152 vieta di avviarne di nuove, quindi l’esito del referendum andrà ad incidere sulle attività estrattive già in corso.

Il nostro voto sarà decisivo in merito alla durata delle concessioni: inizialmente il diritto di sfruttamento di una piattaforma era di 30 anni, successivamente prorogabile per altri 10 anni (5+5). La legge di stabilità del 2016 dice che l’attività estrattiva di una concessione può continuare oltre la scadenza fino a che il giacimento non si esaurisce, cancellando così il limite massimo di 40 anni della precedente normativa.

Il referendum sulle trivelle sarà abrogativo: votando si decade quanto deciso dalla legge di stabilità e le concessioni attive alla loro scadenza verranno interrotte, votando no si approva lo status quo.

Referendum sulle trivelle: Quante sono le piattaforme in Italia? Da chi sono gestite?

Secondo i dati forniti dal Ministero dello Sviluppo Economico, rielaborati da Legambiente,  sono 35 le concessioni in mare adibite all’estrazione di idrocarburi entro il limite delle 12 miglia, quindi oggetto del referendum sulle trivelle.

Tre di queste 35 concessioni sono inattive, una è in sospeso fino alla fine del 2016, quella di Ombrina Mare al largo delle coste abruzzesi, e cinque non erano produttive nel 2015. Le altre 26 concessioni sono distribuite tra il mare Adriatico, il mar Ionio e il canale di Sicilia: per un totale di 79 piattaforme e 463 pozzi.

Secondo i dati di Legambiente l’incidenza della produzione delle piattaforme a mare entro le 12 miglia, in merito agli idrocarburi, è stata inferiore all’1% rispetto al fabbisogno nazionale. Per quanto riguarda il gas, la produzione non ha superato il 3% del fabbisogno nazionale.

Le postazioni attualmente presenti sono concentrate prevalentemente sul Mar Adriatico tra Emilia Romagna, Marche e Abruzzo, queste sono controllate dall’azienda Eni. Ionica Gas controlla le concessioni localizzate in Calabria sul Mar Ionio, mentre Edison ed Eni Mediterranea gestiscono i pozzi posti nel Canale di Sicilia.

Neppure un anno fa, nell’agosto del 2015, sono stati completati nel Canale di Sicilia sei pozzi di estrazione di gas. Precisamente nello spicchio di mare compreso fra Licata, Gela e Ragusa per un investimento di oltre 2,2 milioni di euro, un intervento che ha generato proteste e rimostranze.

Referendum sulle trivelle: il caso della piattaforma Vega nel Canale di Sicilia

Emergono dati preoccupanti relativi agli scarichi della piattaforma Vega, della Edison, nel Canale di Sicilia, proprio nei giorni di avvicinamento al referendum sulle trivelle.

L’indagine dei giornalisti investigativi di Italian Offshore sulla più grande piattaforma fissa italiana, ha reso noto che nel periodo compreso tra il 1989 e il 2007 si sono verificate attività illecite. Si parla di quasi mezzo milione di metri cubi di acque inquinate con metalli, idrocarburi ed altre sostanze.

In breve, sembrerebbe che la piattaforma Vega trasferiva i liquidi contaminati derivanti dal processo di estrazione di petrolio a una nave appoggio, la Vega Oil, una ex petroliera, che poi illegalmente iniettava queste acque, assieme a quelle di sentina e alle acque di lavaggio della nave stessa, in un pozzo petrolifero sterile, alla profondità di 2.800 metri circa.

referendum sulle trivelle, campo vega A

In pratica una sorta di discarica sottomarina che rischia di contaminare i fondali del Canale di Sicilia per un tempo indefinito. Il processo sul traffico di rifiuti del Campo Vega è iniziato nel 2007 e ormai si rischia la prescrizione. Il ministero dell’ambiente italiano si è costituito parte civile el processo a carico dei sei manager della Edison accusati di smaltimento illecito di rifiuti. Lo stesso ministero dell’ambiente il 16 aprile 2015 ha dato l’ok alla valutazione di impatto ambientale per la costruzione di Vega B, una nuova piattaforma petrolifera che ricadrà dentro le 12 miglia, il 13 novembre dello stesso anno il ministero dello sviluppo economico dell’ex ministro Guidi ha rinnovato la concessione ad Edison. Appena pochi giorni prima di vietare, ma la norma non è retroattiva, nuove concessioni entro le dodici miglia.

La posizione di Vega B, circa 2 miglia a nordovest di Vega A

La posizione di Vega B, circa 2 miglia a nordovest di Vega A

Il progetto di Vega B fa parte della concessione originaria di Edison, la cui nuova scadenza è fissata per il 2022. La compagnia italo francese ha interesse a costruire la piattaforma solo nell’eventualità in cui potrà sfruttarla a pieno, fino al suo esaurimento. Se il SI dovesse vincere Edison non potrà sfruttare il giacimento oltre il 2022 e quindi l’investimento per la costruzione della piattaforma sarebbe completamente a perdere e la rinuncia sarebbe praticamente certa.

Referendum sulle trivelle: mentre l’Italia si prepara al voto, che succede sulle coste croate?

Sempre riguardo al referendum sulle trivelle, non possiamo che parlare dei fatti successi in Croazia. Da quest’autunno, infatti, ogni attività di ricerca è stata sospesa: una notizia messa in secondo piano dagli organi di stampa nazionali.

referendum sulle trivelle, la questione in Croazia

«La Croazia per salvaguardare le sue coste ha bloccato le operazioni di ricerca del petrolio nel mare Adriatico. Credo che anche in Italia, sull’altra sponda del nostro mare, dovrete prendere in considerazione questa eventualità. Si tratta di un grande pericolo per l’ambiente», queste le parole di Llija Zelali, delegato dell’ambasciata croata in Italia.»

Si è deciso di tutelare il settore del turismo e di provare a sviluppare forme alternative di energia. Una notizia che fa pensare, molti, infatti, hanno parlato della Croazia come di un Paese da imitare in ambito di trivellazioni. Basti pensare alle dichiarazioni rilasciate al Messaggero dall’ex Premier Romano Prodi il 14 marzo 2014.

«La gran parte di queste potenziali trivellazioni si trova lungo la linea di confine delle acque territoriali italiane, al di qua delle quali ogni attività di perforazione è bloccata. Si tratta di giacimenti che si estendono nelle acque territoriali di entrambi i paesi ma che, se non cambierà la nostra strategia, verranno sfruttati dalla sola Croazia.»

Federica Guidi, fresca di scandalo riguardo allo smaltimento rifiuti dell’impianto Eni di Viggiano, si era espressa in questo modo a inizio 2015. «Dato che tutto il mondo lo fa (le trivellazioni in mare ndr), non capisco perché dovremmo precluderci la possibilità di utilizzare queste importantissime risorse. Anche la Croazia ha investito molto in queste attività.»

Negli ultimi mesi qualcosa è cambiato e la Croazia non è più così determinata a perseguire le trivellazioni in mare. Nulla di incomprensibile, semplicemente hanno preferito puntare su altre risorse per preservare il proprio mare.

Paolo Bellosta

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