Abyss CleanUp, un videomaker siciliano documenta le discariche sommerse

Filmato in Liguria il cimitero delle macchine sommerso. E' stato realizzato negli anni '70 a 50 metri di profondità

27 Agosto 2020 | di Maria Cristina Sabatini

Documentare il “marine litter” per sensibilizzare sui problemi ambientali ed in particolare sulle discariche di rifiuti adagiate sui fondali marini e con l’aiuto di istituzioni, volontari ed associazioni, tentare di ristabilire un equilibrio dell’ecosistema.

Igor D’India, documentarista e videomaker siciliano, ha deciso di unirsi alle persone di buona volontà che lottano per la salvaguardia dei nostri mari con il progetto Abyss CleanUp. L’idea è quella di documentare e filmare i rifiuti accumulati sui fondali marini, tra i 20 e gli 800 metri di profondità, in Sicilia e in Liguria.

Il format è quello di una serie televisiva da diffondere via web e in tv. Il contenuto di ogni video è di testimonianza e di denuncia. Poco se ne parla, ma anche “nel profondo blu”,  l’uomo è riuscito a lasciare la sua impronta con quantità esorbitanti di rifiuti abbandonati. Trovarli spesso non è semplice, occorre un’accurata conoscenza del mare e a volte l’ausilio di tecnologie sofisticate.

Ma come è possibile che ingenti quantità di rifiuti arrivino negli abissi più remoti?

Spesso i rifiuti abbandonati nei letti aridi dei corsi d’acqua, a causa della violenza delle piogge, vengono spinti fino al mare per poi continuare la loro corsa in profondità, depositandosi sui fondali ed andando ad impattare sulle forme di vita presenti.

Dopo lo stop imposto dal lockdown dovuto all’emergenza Coronavirus, Abyss CleanUp è potuto finalmente tornare in azione. In questi giorni D’India si trova in Sicilia per documentare diversi tipi di discariche, oltre che per tentare di rimuovere i rifiuti adagiati sui fondali, grazie al supporto delle autorità e dei diving locali.

Filmato in Liguria il cimitero sommerso delle macchine

In Liguria, Abyss CleanUp, grazie al RAV Velociraptor, strumento tecnologico dell’associazione Menkab-Il respiro del mare, che opera dal 2010 a sostegno della ricerca scientifica e della educazione ambientale, ha potuto documentare un particolare esempio di discarica sottomarina.

Si tratta del cosiddetto “cimitero sommerso delle automobili”. Un agglomerato di circa un migliaio di autovetture “smaltite” 50 anni fa, in fondo al mare, nelle acque antistanti Punta dell’Olmo, tra Celle e Varazze, tra 35 e 50 metri di profondità.

Sono le autovetture danneggiate nel violento alluvione che colpì Genova nel 1970 e volontariamente affondate dopo essere state bonificate da carburante ed olii esausti, per essere trasformate in barriere artificiali per il ripopolamento ittico.

Attività che oggi farebbe rabbrividire gli ambientalisti, perché le carcasse degli autoveicoli non sono certamente costituite da materiale eco-compatibile, ma che una volta non era così inusuale in molti Paesi del mondo, anzi all’epoca poteva essere considerata un vero e proprio gesto di solidarietà per il mare.

Rimuovere le carcasse delle automobili, divenute da semplice rifiuto, un vero e proprio eco-sistema di vita e concrezioni, sarebbe oggi forse più rischioso che mantenerlo nella sua collocazione attuale, perché lo spostamento potrebbe soffocare la prateria di Posidonia nata nell’area circostante, oltre che distruggere l’habitat di molti pesci che qui trovano riparo.

Considerata una zona spettacolare per le immersioni dei subacquei più esperti, il cimitero delle automobili crea sentimenti contrastanti in chi vi si imbatte. Un senso di rabbia per chi vi legge un atto irrispettoso verso la fragilità dell’ecosistema marino e uno di stupore per chi  si sofferma sulla nuova vita delle carcasse, trasformate in concrezioni e abitazioni sottomarine per numerose specie ittiche, che hanno scelto queste autovetture come casa.

 

Maria Cristina Sabatini

Foto: Igor D’India

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