Ogni anno 20 mila balene uccise da “attacchi navali”. Il direttore di “Friend of the Sea” a LN: “Certifichiamo le navi che le tutelano”

Tra le campagne del progetto "Friend of the Sea", "Save the Whales" si pone il difficile compito di sensibilizzare sul tema della morte prematura e dell’estinzione delle sottospecie di balene che vivono nei nostri mari

19 Maggio 2021 | di Liguria Nautica

Al mondo ci sono circa 2 milioni di balene e circa 20 mila all’anno vengono uccise dal trasporto marittimo internazionale e crocieristico, a seguito di scontri con gli scafi o con le eliche delle imbarcazioni. Una cifra che si aggira intorno all’1% e che, se paragonata a quella delle balene uccise per la pesca, circa 1000, fa riflettere su una problematica sempre più dilagante nei mari di tutto il mondo, dall’Asia al Nord Europa, dal Mediterraneo al Canada, fino all’Oceania.

Il progetto “Friend of the Sea” nasce allo scopo di prevenire e soprattutto sensibilizzare aziende, istituzioni e le persone nella loro totalità rispetto alla salvaguardia dell’ecosistema in cui viviamo. Facente parte delle iniziative promosse dalla “World Sustainability Organization”, una Ong internazionale che porta avanti una missione umanitaria di tutela ambientale, il progetto è diventato uno standard di certificazione per prodotti e servizi che rispettano e proteggono l’ambiente marino. Ad oggi è l’unica certificazione indipendente, accreditata a livello nazionale e che copre sia la pesca sia l’acquacoltura.

Numerose le campagne attivate dagli “amici del mare” in difesa della fauna marina. In particolare, “Save the Whales” si pone il difficile compito di sensibilizzare giovani e meno giovani rispetto al tema della morte prematura e dell’estinzione delle sottospecie di balene che vivono nei nostri mari. Le collisioni tra cetacei e navi, comunemente denominate “attacchi navali“, sono oggi la più grande minaccia a questa specie animale. Gli equipaggi spesso non sanno che si è verificata una collisione: la maggior parte delle balene morte affonda negli abissi del mare e solo, forse, il 10% viene portato a riva.

Per approfondire la mission di “Friend of the Sea”, che l’8 giugno pubblicherà uno studio con le strategie per la salvaguardia faunistica marina adottate da circa 50 aziende di shipping e compagnie crocieristiche, abbiamo avuto il piacere di intervistare il fondatore e direttore Paolo Bray, nonché direttore del progetto internazionale Dolphin-Safe / Earth Island Institute.

Partiamo dalla mission di “Salviamo le Balene”. Prevenzione è la parola chiave.

Si stima che circa 2 milioni di balene sopravvivano negli oceani, nonostante anni di caccia alle balene. La moratoria internazionale, entrata in vigore nel 1986, ha permesso ad alcune popolazioni di riprendersi. Sebbene Norvegia, Giappone e Islanda continuino ad uccidere circa 1000 balene ogni anno, l’attuale principale causa di morte per questi giganti del mare sono le collisioni fatali con le grandi navi (in inglese “whales ship strikes”), che si stima determinano ogni anno la morte di circa 20 mila balene, quindi venti volte la mortalità dovuta alla caccia.

Non solo, la presenza sempre maggiore di grandi navi – l’industria del trasporto marittimo è raddoppiata in vent’anni – e la velocità sempre maggiore delle grandi navi impattano negativamente sulla libertà di movimento delle balene, che quindi sono costrette a sprecare molta più energia per raggiungere le aree degli oceani dove si alimentano o si riproducono. Insomma, la vita delle balene è sempre più difficile ed è presumibile che l’impatto sulle loro popolazioni, a volte composte da poche centinaia di individui, possa portare alcune specie all’estinzione. È dunque fondamentale che i grandi operatori del trasporto marittimo, delle crociere e anche della pesca industriale si attrezzino per ridurre il rischio di collisione.

Quanto sono importanti le balene per l’ecosistema marino?

Per anni si è pensato che le balene non avessero un ruolo importante nell’ecosistema, in considerazione del limitato numero di individui negli oceani. Studi scientifici più recenti hanno invece dimostrato il loro ruolo essenziale nel disperdere materiale organico e minerali, alimento per altre specie acquatiche e per il fitoplankton, dai fondali alla superficie e anche lungo i loro percorsi migratori. Il fitoplankton, a sua volta, è un importante regolatore della presenza di CO2 nell’atmosfera. Le carcasse delle balene sono anche fonte di cibo essenziale per alcuni pesci. Indipendentemente dall’ormai dimostrata importanza per l’ecosistema marino, le balene rappresentano per l’uomo una presenza fondamentale quali animali iconici. Anche solo questo sarebbe sufficiente per giustificare ogni sforzo che ambisca a proteggerle.

Una campagna che vuole sensibilizzare ma allo stesso tempo è una call to action per gli operatori del mare. Come opera “Friend of the Sea” per ovviare allo scontro tra balene e imbarcazioni?

“Friend of the Sea” premia con il logo “Whale-Safe” quegli operatori di navi da trasporto, da crociera e da pesca che implementano misure atte a ridurre il rischio di impatto con le balene. Le aziende devono installare sistemi a bordo, quali ad esempio le telecamere a raggi infrarossi, per avvistare grandi cetacei che si trovano sulla rotta. Devono, inoltre, prevedere misure di riduzione del rischio di impatto anche in zone normalmente frequentate dalle balene. Infine, devono comunicare regolarmente avvistamenti ad altre imbarcazioni e per scopi scientifici tramite piattaforme online già funzionanti. La certificazione “Whale-Safe” permetterà al pubblico, ai turisti e alle aziende che usufruiscono dei servizi di trasporto marittimo, di identificare quegli operatori maggiormente impegnati nella riduzione degli impatti letali sulle balene.

Quanto conta la sinergia tra settore pubblico e privato nei progetti di “Friend of the Sea”?

“Friend of the Sea” è un programma della “World Sustainability Organization”. La nostra attività consiste nel certificare e promuovere prodotti e servizi sostenibili e supportare, tramite le entrate derivate dalla certificazione, progetti di conservazione e sensibilizzazione. L’attività di certificazione mantiene la totale indipendenza dall’industria produttrice. Auspichiamo, invece, sempre un coinvolgimento del mondo produttivo per contribuire ai progetti di conservazione. Per quanto riguarda il settore pubblico, collaboriamo con alcune istituzioni internazionali, università ed altre organizzazioni. Siamo anche una certificazione di riferimento, per i prodotti ittici, raccomandata nei Criteri Ambientali Minimi per le forniture alla Pubblica Amministrazione.

Come riuscite a dialogare con le diverse sensibilità nazionali e quali sono le criticità maggiormente riscontrate?

Come detto, siamo sempre aperti a collaborazioni con altre entità. Spesso è difficile trovare punti d’incontro tra i diversi approcci e dunque conviene sviluppare proprie strategie ed operare in maniera indipendente. Per fortuna è comunque possibile trovare obiettivi comuni e collaborare.

Nella sfera del quotidiano, come si può contribuire alla tutela dell’ecosistema marino?

Indubbiamente, il modo in cui possiamo contribuire maggiormente a prevenire il nostro impatto sul mare e le sue risorse è consumare solo quanto necessario, riducendo gli sprechi. Per coloro che scelgono di consumare specie ittiche, non posso che suggerire di rifarsi a certificazioni di sostenibilità di terza parte, come “Friend of the Sea”. È sempre meglio non generalizzare, in quanto ogni specie può avere un impatto o essere prodotta in maniera sostenibile, dunque risulta fondamentale il ruolo delle certificazioni, che implicano una verifica indipendente e un monitoraggio continuo. E non scordatevi, quando andate in crociera, di richiedere ai vostri operatori che siano certificati “Friend of the Sea” e “Whale-Safe”.

 

Victor Venturelli

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