La crisi della pesca in Italia. La nostra inchiesta – 2a parte: le quote tonno rosso

Ecco quali sono i punti deboli del sistema delle quote per la pesca del tonno rosso: il sistema funziona male, ma solo in Italia.

31 Ottobre 2016 | di Redazione Liguria Nautica

Nella parte precedente della nostra inchiesta sulla pesca, abbiamo accennato alla questione delle quote di distribuzione del tonno rosso e al fatto che è sempre più difficile trovarne esemplari nostrani in pescheria. La questione delle quote tonno rosso è in realtà più complicata di quanto detto in precedenza, e la sua storia più lunga: i primi provvedimenti in materia sono stati pressi dall’Unione Europea ben 16 anni fa, nel 2000. In questa seconda parte della nostra inchiesta spiegheremo nel dettaglio come mai questo sistema è poco funzionale e danneggia i pescatori del nostro Paese.

Il tonno rosso: fino a 500 kg di peso

Nel mar Mediterraneo si trovano diverse specie di tonno, ma il tonno rosso è di gran lunga il più pregiato. Il tonno alettato (Euthynnus alletteratus ) e il tonno alalunga (Thunnus alalunga) sono caratteristici dell’oceano Atlantico e comuni anche nelle zone costiere italiane, anche se difficilmente si trovano nel mar Adriatico. Il tonnetto striato, o bonito (Katsuwonus pelamis), il tonno albacora (Thunnus albacares) e il tonno kawakawa (Euthynnus affinis) prediligono le acque calde dell’oceano Atlantico e sono quindi rari, anche se presenti, nel mar Mediterraneo. Il nome scientifico del tonno rosso nostrano è thunnus thynnus: il tonno rosso è un pesce che si trova nell’Atlantico, sia orientale (dalla Penisola Scandinava al Sud Africa) sia occidentale (dal Labrador al Brasile). Le tre principali specie di tonno rosso sono: quello nostrano, quello del Pacifico (Thunnus orientalis), e quello del sud (Thunnus maccoyii). Può raggiungere dimesioni considerevoli, arrivando a pesare 500 kg per 3 metri di lunghezza, e nuota molto veloce (raggiunge i 115 km/h). Nel periodo estivo si dirige nelle tiepide acque del Mediterraneo, in prossimità di Sicilia e Sardegna, dove depone le uova. Le sue proprietà nutritive sono tali da spiegare il motivo per cui è così ambito: 100 grammi di carne contengono il 23,3% di proteine e 4,9 grammi di grassi.

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Un tonno rosso sequestrato dalla Guardia Costiera.

Le quote per la pesca del tonno rosso: ormai 16 anni di storia

La prima ripartizione delle quote tonno rosso risale al 2000, quando l’Unione Europea approvò un regolamento che stabiliva le percentuali di pesca consentite nell’Atlantico, nel Mare del Nord e nel Mar Baltico. La decisione di limitare le quantità pescate venne presa in seguito alle raccomandazioni dell’International Commission for the Conservation of the Atlantic Tunas (ICCAT, Commissione Internazionale per la Conservazione del Tonno Atlantico). L’animale era a rischio di estinzione a causa dei prelievi eccessivi e grazie a questo e ai successivi provvedimenti è stato salvato dal rischio di scomparsa. I regolamenti dell’Unione Europea stabiliscono non solo il totale ammissibile di cattura (il TAC), ma anche il numero di imbarcazioni, suddivise per tipo, che possono dedicarsi alla pesca del tonno rosso. Grazie al ripopolamento dell’oceano Atlantico, in seguito alla riunione dell’ICCAT che si è tenuta nel gennaio del 2015 a Genova, si è deciso di aumentare il TAC per ciascuno degli Stati membri. Nel 2014, infatti, all’Italia era riservata la pesca di 1.950,42 tonnellate di tonno rosso, ma nel 2015 la quanità è salita a 2.304,80 tonnellate. Nel 2016 è stato previsto un ulteriore incremento di 449,77 tonnellate rispetto all’anno precedente, ossia un aumento del 20%, e per il 2017 la quantità salirà di ulteriori 551,93 tonnellate. Nel 2009 gli stock di tonno rosso che potevano essere pescati nell’Unione Europea erano solo 5, ma nel 2015 il numero è salito a 36. Il valore totale degli stock è di 4 miliardi di euro. Si potrebbe quindi immaginare che le politiche di tutela dell’Ue abbiano funzionato come sperato, ma non è esattamente così.

Il danno per l’Italia

La pesca del tonno rosso è un’attività che è stata alla base dell’economia di numerosi borghi marinari italiani, dal Nord al Sud della Penisola. L’attuale ripartizione, purtroppo, attribuisce l’80% dei diritti di pesca di questo animale soltanto a 30 pescherecci siciliani, che utilizzano sia il metodo della pesca con gli ami (palangari), sia con le reti. L’economia di numerose cittadine della nostra Regione ha dovuto adattarsi ad altre attività: è il caso di Camogli, che per molti anni ha vissuto di questa pratica. Al largo della città sopravvive l’ultima tonnara ligure, ma sono anni ormai che non prende neanche un tonno. Nella seconda metà del Novecento, infatti, il sistema è entrato in crisi: il tonno rosso ha cominciato a scarseggiare e dall’inizio degli anni Duemila sono iniziati i contingentamenti. Quando i nostri mari si sono finalmente ripopolati, le quote attribuite a ciascun Paese sono aumentate. L’incremento del 20% di cui ha beneficiato l’Italia nel 2016, però, ha giovato solo ai 30 pescherecci siciliani già autorizzati, senza che si pensasse di tutelare né l’economia delle altre zone del Paese che tradizionalmente se ne occupavano, né i piccoli pescherecci, che non pescano grandi quantità perché usano ancora tecniche di pesca tradizionali, che rappresentano l’80% del settore.

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Un trancio di tonno pronto per la vendita.

Gli allevamenti di Malta e il mercato giapponese

Il fatto che le politiche di pesca non tutelino i pescherecci che utilizzano ancora tecniche tradizionali non spiega il motivo per cui il tonno rosso che troviamo sulle nostre tavole arriva dall’Oceano Pacifico o da quello Indiano. È sempre più difficile vedere del tonno nostrano fresco sui banchi delle pescherie o dei mercati e il motivo è da ricercare a Malta. L’isola del Mediterraneo, che non si trova sulla rotta di passaggio del pesce, è il luogo dove finiscono gli animali catturati in Sicilia e in Sardegna dai pescherecci nostrani con un sistema di reti abbastanza complicato, che permette di intercettare i tonni. A Malta ci sono numerosi allevamenti, ossia gabbie dove gli esemplari cacciati più a Nord vengono imprigionati e tenuti all’ingrasso, nutriti con alici e altri pesci azzurri. Una volta che gli animali sono belli grassi (e la carne ha quindi acquistato sapore) vengono venduti: l’80% finisce in Giappone, dove un tonno può valere fino a 50 mila euro. Quest’attività rappresenta il 2% del PIL maltese. Oltre a Malta (che produce 5000 tonnellate di tonno), anche la Spagna e la Croazia utilizzano questo sistema (producendo rispettivamente 3000 e 2000 tonnellate di tonno). Secondo il rapporto sullo stato dell’acquacoltura, elaborato quest’anno dall’Eumofa, l’osservatorio europeo del mercato dei prodotti della pesca e dell’acquacoltura, la produzione mondiale di tonno rosso tramite allevamento raggiunge le 36.400 tonnellate e non interessa solo l’oceano Atlantico, ma anche il Pacifico (Giappone e Messico) e l’Indiano (Australia). Tra il 2006 e il 2014 il volume dell’acquacoltura è aumentato, in media, del 2% all’anno, ma è invece diminuito in Spagna: la ragione del basso tasso di crescita della prima e della diminuzione della produzione della seconda è da ricercarsi nel sistema delle quote.

Il parere di Coldiretti sulle politiche di pesca del Governo

Le politiche di tutela di questa pregiata specie, così come previste dall’UE, sono effettivamente riuscite nel loro intento di preservare il tonno rosso. Sembra quindi che il problema risieda nel modo in cui vengono applicate in Italia. Non sono solo le associazioni ambientaliste a essere critiche nei confronti delle politiche sulla pesca messe in atto dal nostro Governo: anche la Coldiretti di Genova ha preso le difese dei pescatori italiani. Daniela Borriello, la responsabile regionale della Coldiretti Impresa Pesca, ha espresso, nell’intervista con Liguria Nautica, il suo parere negativo nei confronti del sistema delle quote tonno rosso, che non funziona come dovrebbe. Innanzitutto, come detto in precedenza, sono soprattutto i pescherecci siciliani a ricevere l’attribuzione delle quote. La conseguenza è che, come dice la Borriello «quelli liguri vengono lasciati quasi a bocca asciutta». C’è poi una percentuale che viene attribuita alla pesca by catch, ossia quando si pesca un tonno rosso accidentalmente: si tratta di una quota molto piccola, che si esaurisce rapidamente. Finita questa, ogni tonno pescato, anche accidentalmente, va ributtato in mare. La Borriello ha anche sottolineato: «Dall’anno prossimo entrerà in vigore il divieto di rigetto, secondo cui il pesce pescato non può essere ributtato in mare: le due norme saranno chiaramente in contraddizione». La responsabile della Coldiretti Impresa Pesca è critica anche nei confronti dei piani di gestione che l’Unione Europea ha elaborato per evitare il consumo eccessivo degli stock ittici. «Si tratta di regolamenti difficili da attuare, che vanno bene per un mare con poche specie ma tanti pesci, come per esempio i mari settentrionali. Nel Mediterraneo, invece, esistono 40/50 specie diverse e molte piccole imbarcazioni, sparse sulla costa, con pochi punti di aggregazione. Calcolare quanti pesci e di quali specie vengono pescati, in un panorama così variegato, è molto difficile». Infine, neanche le politiche per preservare il pesce spada funzionano. La Borriello ha spiegato: «Abbiamo detto più volte al Ministero che per evitare l’estinzione dei pesci spada bisognerebbe cambiare il periodo di fermo, che in questo momento non coincide con il momento dell’anno in cui questi animali si riproducono». È stato inevitabile parlare anche del trattato di Caen, che forse spiega il motivo per cui le politiche di pesca sono così poco funzionali. «Sicuramente il Governo ha mantenuto uno strano atteggiamento di segretezza nei confronti del trattato», ha detto la Borriello, «In questo momento l’accordo è in stand by, perché non è ancora stato ratificato dal nostro Paese. L’assessore Mai incontrerà nuovamente il Ministro per chiedere di aggiungere una postilla, che preservi i diritti di pesca tradizionalmente posseduti dai pescatori liguri, che storicamente hanno il diritto di cacciare i gamberoni e i pesci spada nei tratti d’acqua davanti alla nostra regione». Che dietro all’accordo ci sia la volontà di fare del mar Mediterraneo non un mare per pescare, ma un mare adatto alle estrazioni?

Ilaria Bucca

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