I grandi armatori italiani vanno a scuola di finanza

Assarmatori lancia un laboratorio permanente per il confronto tra shipping e finanza. Fondi di investimento e società di leasing sempre più attive mentre la presenza bancaria è in calo: tavolo tecnico per mappare i trend in atto e promuovere soluzioni innovative

7 dicembre 2018 | di Giuseppe Orrù
Una nave portacontainer
Una nave portacontainer

Negli ultimi anni il modello tipicamente italiano del family business applicato all’impresa armatoriale è stato messo a dura prova dai macro-trend globali. Le parole d’ordine per resistere alla volatilità e restare competitivi sono: capitali ingenti, dimensione e management.

Tra le varie rivoluzioni a cui è chiamata l’industria armatoriale post-crisi (specie in Italia) vi è un profondo ripensamento del proprio rapporto con il sistema finanziario. Il settore marittimo, infatti, è sempre meno compatibile con strutture di capitale rigide e sbilanciate sul credito bancario ma richiede capitali pazienti e partner finanziari “educati” alle dinamiche settoriali, capaci di accompagnare l’impresa in tutte le fasi del ciclo, non solo quando il mercato è in espansione.

È in questo contesto di grande trasformazione che Assarmatori ha istituito un tavolo permanente di confronto tra industria marittima e finanza domestica e internazionale, con l’obbiettivo di aprire un dialogo aperto ed esplorare nuove forme di collaborazione, trasformando quella che a tutti gli effetti è un’emergenza in un’opportunità.

La definitiva composizione del tavolo di lavoro verrà annunciata nelle prossime settimane ma l’auspicio è quello di coinvolgere solo personalità di alto profilo, con idee concrete ed esperienze rilevanti nei rispettivi ambiti.

La crisi del cluster marittimo tricolore (oltre 100 navi riconducibili a interessi italiani dismesse negli ultimi anni) si è sommata, per la prima volta nella storia, alla crisi del sistema creditizio. La maggioranza degli armatori italiani si è trovata ad affrontare una o più ristrutturazioni finanziarie negli ultimi anni e in molti casi, soprattutto nell’ultimo biennio, si sono verificate disintermediazioni bancarie.

“È arrivato il momento –ha sottolineato Stefano Messina, presidente di Assarmatori- di invertire la rotta ed esplorare fino in fondo le sinergie che possono derivare da una collaborazione, o per meglio dire da una reale integrazione, tra shipping e finanza, uscendo da una logica di sterile contrapposizione”.

“Grazie a un’analisi preventiva costi-benefici -ha spiegato Messina- è possibile immaginare un percorso di sviluppo, crescita e diversificazione che permetta agli armatori italiani di recuperare competitività, eventualmente anche tramite la creazione di un Fondo di debito etico che supporti l’imprenditore nella continuità aziendale e ai loro partner finanziari di trarre un giusto profitto”.

Secondo Petrofin Research, nel 2017 lo stock di impieghi navali delle principali quaranta banche mondiali è sceso di oltre il 3% (da 355 a 345 miliardi dollari). Allo stesso tempo è aumentato in modo esponenziale il ruolo dei fondi di investimento e delle leasing company, esposti per oltre 47 miliardi di dollari, ma con un trend tendenziale stimato in oltre i 50 miliardi di dollari.

 

Giuseppe Orrù

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