Vogliamo un mare così? La mappa dei disastri del petrolio in mare negli ultimi dieci anni

Sono tanti i disastri in mare causati dalle estrazioni petrolifere negli ultimi dieci anni, una frequenza che dovrebbe mettere molto in guardia sui rischi e la sicurezza delle attvità estrattive

12 Aprile 2016 | di Redazione Liguria Nautica

Il mare nostrum è un bacino semichiuso, per cui «Il tempo di rinnovamento della massa d’acqua superficiale è di circa 100 anni, anche per questo si tratta del mare più inquinato di idrocarburi e quando si verificano incidenti ambientali i rischi sono sempre molto alti», queste le parole di Giorgio Zanchini, Presidente di Legambiente.

Gli incidenti ambientali degli ultimi dieci anni: ecco i peggiori

Episodi del genere si verificano con molta frequenza, basti pensare alla perdita di petrolio avvenuta pochi giorni fa nell’arcipelago tunisino. Ora però facciamo un passo indietro e scopriamo quali sono stati gli incidenti ambientali più recenti.

  • Partiamo dal 2006. Il 2 marzo, in Alaska, un lavoratore della BP Exploration scopre una grande falla. L’incidente attribuito alla rottura di una pipeline ha provocato una perdita di oltre un milione di litri. Il danno ambientale è indefinibile, a livello economico, ci sono voluti complessivamente oltre 20 milioni di dollari per riprendere l’attività. Attualmente le attività di estrazione proseguono.
  • Il 12 dicembre del 2007, in Norvegia, la piattaforma Statfjord perde in mare circa 3,84 milioni di litri di petrolio. Dei fatti ne parla il quotidiano norvegese Aftenposten, l’incidente sarebbe avvenuto al momento di trasferire il greggio dalla piattaforma alla petroliera. Il campo petrolifero si trova a 200 km da Bergen e rimarrà attivo fino al 2019.
  • Il 20 aprile 2010 si verifica uno dei disastri ambientali  più noti di sempre. La piattaforma petrolifera Deepwater Horizon, affiliata alla British Petroleum, sprofonda: muoiono undici persone. Oltre 500mila tonnellate di greggio sversate nelle acque del Golfo del Messico, tutto questo in seguito a un’esplosione avvenuta in un pozzo profondo oltre 1.500 metri. E’ risultato impossibile domare l’incendio e la struttura è collassata il 22 aprile, lo sversamento è durato 106 giorni. La zona della Louisiana è stata la più colpita da questo disastro.
  • Pochi mesi dopo in Cina, il 19 luglio, due incendi devastano per quindici ore due oleodotti nel porto di Dalian, nel nordest del Paese. Le strutture appartengono alla China National Petroleum: oltre 50 km quadrati di petrolio “colorano” di nero l’acqua.
  • Il 4 luglio 2011, un oleodotto della Exxon Mobil riversa oltre 160.000 litri di greggio nel fiume Yellowstone, nel Montana, che attraversa l’omonimo Parco nazionale. In seguito all’incidente, l’oleodotto è stato chiuso.
  • Il 13 agosto 2011, una tubazione della piattaforma Gannet Alpha, a circa 180 km dalla città costiera di Aberdeen, in Scozia, viene danneggiata. Fuoriescono circa 200.000 litri, anche se la Shell ha sempre minimizzato l’accaduto: l’oleodotto è stato chiuso.
  • Il 2 luglio 2013, il Perro Negro 6, piattaforma marina di proprietà della Saipem, società Eni, affonda nelle acque dell’Atlantico, al largo delle coste congolesi. L’incidente sarebbe da imputare al cedimento del fondo marino sotto una delle tre gambe del Perro. Le operazioni sono state sospese in questa zona.
  • Il 21 maggio del 2015, in California, la marea nera investe Santa Barbara. Ottanta mila litri di petrolio si riversano nel Pacifico, il governatore Jerry Brown dichiara lo stato di emergenza per una macchia di greggio lunga oltre sei chilometri e larga cinquanta metri.
  • Il 5 dicembre 2015, un vasto incendio divampa su una piattaforma petrolifera nel mar Caspio: muoiono 32 persone. Le fiamme hanno avvolto l’impianto di Guneshli, la piattaforma numero 10, dove la compagnia di Stato dell’Azerbaigian, la Socar, estrae petrolio e gas.
  • Infine la fuoriuscita di petrolio in Tunisia: tra gli incidenti ambientali, il più recente. Se n’è parlato ben poco, ma l’impatto sull’economia delle isole Kerkennah è evidente. La Thyna Petroleum Services ha riferito che il problema avrebbe riguardato un tratto di tubo lungo appena un centimetro, situato sopra il livello dell’acqua. Apparentemente, un incidente di poco conto, in realtà i danni sul settore ittico e su quello turistico sono molteplici, anche se è impossibile quantificarli ora.

Paolo Bellosta

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5 commenti

  1. Narese ha detto:

    Vi piace pero’ l’energia elettrica, la luce alla sera, l’acqua calda al mattino, la Tv, il frigorifero e la lavatrice per non parlare dell’ascensore! In ufficio provate a fare a meno dell’internet e tel computer e poi ci sono i cellulari ecc ecc.
    L’energia alternativa purtroppo e’ una utopia. Non e’ in grado di soddisfare i nostri bisogni.
    Chiudiamo le trivelle e dovremmo importare, con notevoli costi aggiuntivi, quanto occorrere per fare stare comodi anche voi.
    Andate avanti pure sulla vostra strada. Se riuscirete nel vostro intento pagherete anche voi le conseguenze.
    SvNarese

  2. roberto ha detto:

    In Italia quei vecchi pozzi non servono a niente hanno solo ingrossato la pancia a politici e petrolieri rovinando un magnifico paesaggio quindi invito a votare per far sparire quella schifezza che noi cittadini non ne abbiamo mai beneficiato

  3. Roberto Benedetti ha detto:

    Gli sversamenti nel Mediterraneo sono stati sempre legati alle navi petroliere; se smantelliamo le trivelle importeremo il petrolio ed il gas che ora estraggono, con costi molto superiori e con rischi ambientali alti sia nel trasporto sia nel conferimento a terra sia nella rigassificazione.
    Meglio usare il nostro gas che importarlo, io non andrò a votare, questo è un referendum contro l’ambiente.

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